La Nuova Ferrara

L’eco della Grande Guerra Nilo, un fante ferrarese

di GIUSEPPE MURONI
L’eco della Grande Guerra Nilo, un fante ferrarese

Partì da Codigoro per morire a ventisei anni in un attacco sul Monte Zebio

6 MINUTI DI LETTURA





di GIUSEPPE MURONI

Bombe, attacchi frontali, freddo, topi, isterie collettive, assalti, neve, bombardamenti, sangue, nazionalismi, ardore patriottico, miseria, stupri di massa, vittorie mutilate, gas, mutilazioni, protesi, trincee, attese infinite, buio. Dopo cento anni la Grande Guerra che cos’è? Che senso ha ricordare la prima guerra di massa in un’Europa che ondeggia tra rancori nazionali mai sopiti e tracciati comunitari improvvisamente bloccati? Ha senso, nonostante tutto. Ci dice ancora qualcosa.

È la storia dei nostri bisnonni e da lì si parte quando vogliamo fare i conti con il nostro passato. Storie di gente comune che si intersecano tra loro. Si sente ancora la voce di quei poveri fanti mandati a combattere una guerra non loro: si scambiano una battuta per scongiurare la tragedia prima dell’ultimo assalto della vita. Le grida di dolore riecheggiano ancora nelle notti silenziose di inizio estate nelle vecchie corti di cascine ora in stato di abbandono, tra i fruscii degli alberi e il frinire dei grilli. Cerchiamo tracce della guerra di cento anni fa anche in questo spicchio di provincia italiana poco avvezza alla memoria. Di targhe marmoree ce ne sono parecchie: su vecchi muri di case coloniche abbandonate in paesi semidisabitati, nascoste dietro le porte di qualche edificio o attorniate da erba incolta al centro di parchi chiusi. I nomi dei patrioti italiani sono tenuti nascosti, ci si passa di fronte e nessuno si accorge dell'esistenza. Chi, invece, li confonde con vecchie iscrizioni estensi. La statua del monumento ai caduti della prima guerra mondiale di Codigoro è ben conservata: un fante enorme, possente, con fucile e bandiera, elaborato dallo scultore locale Mario Sarto per ricordare i duecento codigoresi morti nel conflitto.

Tra i tanti nomi ci soffermiamo su quello di Nilo, il nome di un fiume. È un segnale, un richiamo della terra che parla dal sottosuolo. I morti continuano a bussare al mondo dei vivi, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Altini Nilo nasce a Codigoro il 22 febbraio 1890. Morì sul Monte Zebio cento anni fa, il 12 luglio 1916, per ferite di guerra. Nilo era un fante semplice, apparteneva al 129º Reggimento Fanteria, ed è uno dei 5400 caduti ferraresi durante la Grande Guerra. In quel reggimento ci furono altre 13 vittime estensi: Amedeo Barboni, Mantovani Attilio e Capozza Tesio di Migliarino, Benini Ermes di Copparo, Faustini Giovanni, Minarelli Alfredo e Sarti Ennio di Ferrara, Grata Gaspare di Comacchio, Lazzari Antonio e Montanari Alessandro di Portomaggiore, Rocchi Primo e Romanini Lino di Ostellato, Zanarini Giuseppe di Cento. Nilo era uno dei tanti fanti-contadini partiti per il fronte senza aver mai visto la guerra; in quell’estate il suo reggimento sarà protagonista di un’avanzata in Val d’Assa a fine giugno-inizi luglio, prima di essere inviato a riposo presso Campomulo, nel vicentino. Sono giorni di incertezza, di speranze, Nilo pensa al padre Francesco e alla famiglia dalla quale si è dovuto separare, non senza difficoltà. Il ventiseienne ha già saggiato la realtà del fronte, i fantasmi della trincea e l’autorità dell’Alto Comando. I compagni Giovanni ed Amedeo sono già caduti sul Monte San Michele il 23 ottobre 1915, stessa sorte spettò a Lino il 14 novembre, Antonio e Attilio erano morti, invece, per ferite nell’ospedale da campo 071 tra novembre e dicembre dello stesso anno. Luglio è il mese del caldo torrido in pianura, quando la canicola si appropria della campagna e la infesta di zanzare; Codigoro è prossima alle valli, eterea nella sua monumentalità rurale di capitale della bassa, raggiunta dalla tramvia a vapore attiva dal 1901. Un paese a vocazione agricola, sospeso tra terra e acqua, con il primo zuccherificio Eridania inaugurato nel 1899. A quota 1706 del Monte Zebio (Asiago) il clima è diverso e la percezione della vita cambia. Il rumore intermittente delle cicale lascia posto al discontinuo strepito dei fucili, la paura rimbomba tra i monti e mette in subbuglio i pensieri.

L’elemento fluviale, però, fa parte del patrimonio genetico del giovane soldato, ne descrive l’origine e ne preannuncia la sorte: tra le acque stagnanti del Basso ferrarese si dovrà fare ritorno. Magari con le campane che suonano a morto e il pianto incessante dei famigliari venuti a conoscenza della tragedia. I lutti in quegli anni di guerra sono la normalità. In ogni paese della penisola ci si abitua alla morte di massa e il confine tra umano e disumano improvvisamente sfuma.

Nilo è un nome antico, premonitore, per certi versi magico, ma la magia rimane confinata ai pochi momenti di evasione notturna, quando si riesce a sognare o la mente lo permette. Tutto il resto è un continuo confronto con la morte e con le paure archetipe dell’uomo. L’11 luglio il 129esimo Reggimento attaccò le posizioni avversarie di Monte Zebio. Un attacco deciso, determinato, senza tentennamenti. Una volta scampato il pericolo, Nilo avrà sicuramente sussurrato qualcosa in dialetto ai compagni ferraresi. Il 12 e il 13 ci furono altri due attacchi veementi, ma gli italiani non riuscirono a scalfire la resistenza dell’avversario. Rimasero sul terreno numerose vittime, tra le quali il giovane fante nato a Codigoro. I giorni prima di licenziarsi dal mondo si percepisce sempre qualcosa di diverso, strane energie si muovono nell’anima e, nonostante tutto, rendono felici per aver vissuto. È la nostalgia dell’esistenza che porta a pensare ai ricordi d’infanzia, agli amori lontani o a quelli perduti e alle carezze dei genitori. In quelle giornate di guerra si viveva l’attimo, guardando al domani con inquietudine e un velo di timore.

Sul Monte Zebio l’aria estiva era secca, anche nel luglio inoltrato di 100 anni fa, e delle parole d’elogio del tenente generale Carignani (XIII divisione) pronunciate dopo le sortite, molte delle tante espresse in onore di giovani mandati a morir in faccia alle mitragliatrici austriache, rimane un eco lontano ed ovattato. Del fante Nilo Altini, invece, non restano molte notizie, se non quelle conservate negli archivi, soprattutto locali. Archivi il più delle volte abbandonati a loro stessi e senza personale adeguato. Alla memoria del nostro Paese è riservato questo tragico destino: 1600 chilometri di scaffalature conservati negli oltre cento Archivi di Stato gestiti da personale prossimo alla pensione; il 94 per cento dei dirigenti archivisti ha più di cinquant’anni e il 66 per cento ha superato i sessanta. L’oblio della storia va a sovvertire ed amputare la nostra identità. Il mondo di ieri si è liquefatto. Cancellato, spazzato via dalla contemporaneità intesa come nuovo modello di vita. Il passato è disperso, trasformato in rivoli di silenzio irrintracciabili. Nelle campagne ferraresi non è rimasto granché della Grande Guerra. Non c’è traccia, se non nella conformazione dei terreni che rimandano alla suddivisione centenaria degli antichi poderi. La nostra memoria è conservata in quei milioni di documenti che raccontano la storia, locale, periferica, circoscritta, regionale, folkloristica.

Da lì veniamo. E in quei luoghi capiamo la complessità del nostro passato. Gli strati sovrapposti della nostra esistenza. Lì dobbiamo ricostruire la storia personale e familiare di tanti fanti semplici partiti per un fronte sconosciuto, e non solo. La vicenda di Nilo è custodita in quelle carte, probabilmente chiuse in cassetti o dispersi in scaffali sbagliati. È di poche settimane fa la notizia del ritrovamento di una bomba a mano della prima guerra mondiale sul bagnasciuga di Jesolo, affollato dai primi turisti che si sono riversati sul litorale. Il mondo dei morti si fa sentire ancora una volta. Giace in una dimensione di bilico permanente, attaccato con fili magnetici al mondo dei vivi. Avvertiamo le scosse delle sinapsi rimaste in quiescenza.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google