“Deserto rosa”, il film omaggio all’arte fotografica di Ghirri
Domani presso la Manifattura dei Marinati di Comacchio (via Mazzini, 200) alle ore 21, nell’ambito delle attività di valorizzazione del Centro di Documentazione Cinematografica del Delta del Po avrà...
Domani presso la Manifattura dei Marinati di Comacchio (via Mazzini, 200) alle ore 21, nell’ambito delle attività di valorizzazione del Centro di Documentazione Cinematografica del Delta del Po avrà luogo, alla presenza della regista, la proiezione del film “Deserto Rosa” di Elisabetta Sgarbi, film emozionante ispirato all’opera del grande fotografo Luigi Ghirri. La telecamera “visita” una serie di paesaggi dei nostri territori fotografati da Ghirri secondo l’alternarsi delle stagioni: primavera, estate, autunno, inverno e primavera notturna.
Il film è stato presentato alla 66esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia.
Elisabetta, quando e come è nata l’idea di realizzare “Deserto rosa”?
«Nasce diversi anni fa, da una mia passione e da un’amicizia. La passione per un fotografo che ho seguito da sempre, complice anche mio fratello Vittorio, che ne individuò il talento nei primi anni 80 insieme a Italo Zannier. E poi l'amicizia con Paola Ghirri, cui devo molto per questo film, soprattutto la fiducia che ha avuto in me. E una terza componente, infine: chiedemmo alla Regione Emilia-Romagna un sostegno economico, allora nella persona di Roberto Franchini, sensibile e colto scrittore appassionato di Ghirri, di Emilia, e in particolare Modena. Condivisi con Paola due idee fondamentali del film: aprire le immagini di Ghirri a personalità e intellettuali molto distanti da lui (come Sokurov, Scurati, Markaris, Battiato); e stampare le foto di Ghirri , contravvenendo così alla volontà dello stesso Luigi, molto più grandi, trasformando le sue immagini nel paesaggio stesso. Due decisioni che non avrei mai preso senza la fiducia di Paola e che ha diviso la critica più legata alla filologia ghirriana».
Nei suoi lavori ha affrontato e affronta in maniera diversa i luoghi, il Po e il Delta. Quale volto che non ha ancora raccontato vorrebbe raccontare?
«In realtà la Romagna. Avevo diversi progetti sui mosaici di Ravenna ma per motivi diversi non sono mai riuscita».
I suoi film legati al territorio sono testimonianze di un mondo che c’è ma che tende a scomparire, quando e come è nata in lei l’esigenza di immortalare queste realtà?
«Io tendo a pensare al presente. Le sparizioni sono molto lente, più lente della mia. Probabilmente le realtà che filmo rimarranno oltre la mia presenza fisica. Il Delta del Po, nella sua forma cangiante, visivamente conserva la stessa anima che mi raccontavano Cibotto e soprattutto mio padre. I compianti in terracotta emanano la stessa energia. A volte quella della “sparizione” può trasformarsi nella retorica che copre la pigrizia di non vedere il presente e la sua bellezza».
Samuele Govoni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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