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I genitori di Giulio Regeni rompono il silenzio

I genitori di Giulio Regeni
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I genitori di Giulio Regeni

La tragedia del ricercatore di 28 anni torturato e ucciso in Egitto: "Sappiamo come è morto nostro figlio, ora vogliamo sapere chi è stato e perché l'ha fatto"

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FERRARA. Scena prima all'Apollo del festival di quest’anno: ci sono un giovane morto a 28 anni, due genitori all’ostinata ricerca di verità e una platea, composta in buona parte da coetanei di Giulio Regeni, che ascolta e applaude. Papà Claudio, poche parole ma buone, se lo spiega così, questo affetto trascinante oltre lo sconforto: «Mio figlio era un ragazzo contemporaneo, i giovani si identificano in lui. Non aveva nessun tipo di dubbi nell'impegnarsi a sviluppare il dialogo tra le persone, dava il suo piccolo contributo».

Quell’attitudine è costata carissima al ricercatore dell'università di Oxford, che studiava sul campo l'attività dei sindacati indipendenti egiziani, atrocemente torturato al Cairo tra gennaio e febbraio, fino all'ultimo dei suoi giorni. «Abbiamo capito com'è morto, ora vogliamo sapere chi è stato e perché l'ha fatto", chiede Paola Deffendi, la madre che ci tiene a far sapere che «la stampa è importantissima ma a volte scotta: talvolta ha descritto un profilo di Giulio che non era il suo, e per alcune ore gli ha nuociuto». E via con i ricordi, appesa com'era ai due lanci dell'Ansa ("l'ansia" la chiama Paola) che «ci hanno cambiato la vita», quelli sulla scomparsa del figlio e sul ritrovamento del corpo.

«Un corpo che parla, dicendo quanto era pulito», dice Alessandra Ballerini, l'avvocato della famiglia che ripercorre i passaggi spinosi della vicenda e le tappe di una battaglia senza sosta per la giustizia. Ecco i depistaggi «serviti su un vassoio d'argento» dalla polizia del regime di Al Sisi e dai media locali: l'incidente stradale, il festino gay, tutto per provare a sporcare la memoria di Regeni. «Abbiamo fatto in modo - continua il legale - di smontare queste false piste una a una, grazie alla tenacia della famiglia». Ora si punta a visionare un video del luogo della scomparsa del ricercatore, «ma sarà complicatissimo: dovrebbe farlo una ditta tedesca che però non se la senta di andare là». D'altronde, aggiunge la Ballerini, "tutte le persone che si avvicinano a Giulio pagano con la libertà o la vita: un nostro collaboratore si è fatto 138 giorni di carcere ed è stato torturato». Luigi Manconi da subito è stato vicino ai Regeni. «In questi mesi - sostiene il senatore Pd - è stato fatto pochissimo o comunque qualcosa di drammaticamente inadeguato». Quindi un no secco alla tortura, da parte di Manconi, «è il male del mondo, annichilimento della personalità e degradazione dell'identità individuale».

Fabio Terminali

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