L’informazione è indispensabile, ma chi paga?
Informazione e democrazia sono intimamente legate e i rimorsi del dopo Brexit - quel lamentoso “ se avessimo compreso ciò che stavamo votando...” che è spirato da oltre Manica - ne sono solo l’ultima...
Informazione e democrazia sono intimamente legate e i rimorsi del dopo Brexit - quel lamentoso “ se avessimo compreso ciò che stavamo votando...” che è spirato da oltre Manica - ne sono solo l’ultima palese testimonianza. Senza un’informazione rigorosa, anche la democrazia diretta può svuotarsi di significato. È indispensabile, e siamo tutti d’accordo. Ma chi paga? Il quesito è dirimente in una fase in cui l’editoria è alla disperata ricerca di nuovi modelli di business, perché quelli legati esclusivamente alla vendita di copie e di inserzioni pubblicitarie sono da anni in palese affanno, e le casse pubbliche sono chiuse a doppia mandata perché è vero che senza informazione la democrazia non vive, ma tornare a sostenere direttamente l’editoria sarebbe percepito come uno scandalo.
Di questo impasse s’è parlato nel pomeriggio di ieri, in sala Estense con l’economista Julia Cagé e con il fondatore e direttore del Post Luca Sofri, entrambi convinti che i giornali, anche sulle piattaforme digitali, dovranno fare i conti con una costante contrazione della pubblicità. Che l’ottimista francese bilancerebbe con raccolte di fondi tra i lettori e tra investitori mossi esclusivamente da filantropia perché le società editoriali che prefigura non hanno scopo di lucro e non sono scalabili. Che il più concreto direttore affronta guardando a quei media che hanno cominciato a far pagare la fruizione di contenuti da parte dei lettori fidelizzati.
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