Messico, i signori della droga nelle parole della Hernández
Un incontro dedicato a corruzione e criminalità organizzata in America Latina La giornalista dal 2015 vive negli Stati Uniti dopo aver ricevuto insistenti minacce
Per i giornalisti il Messico è uno dei Paesi più pericolosi dell’America Latina perché si trovano sotto il tiro sotto il tiro incrociato dei cartelli della droga, dei politici corrotti e della violenza diffusa. Secondo Reporters sans frontières, in Messico nel 2016 sono già stati uccisi nove giornalisti per motivi legati alla loro professione.
Anabel Hernández, 45 anni, è una delle reporter d’inchiesta più note del paese. Nel libro “La terra dei narcos” (Mondadori, 2014) ha indagato sui legami tra il cartello di Sinaloa, l’organizzazione criminale più potente del mondo, e le alte sfere messicane. Dopo la sua pubblicazione, nel 2010, la Hernández ha cominciato a ricevere intimidazioni e minacce di morte. Le ritorsioni hanno colpito anche la sua famiglia: alla fine del 2013 un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella sua casa quando lei non c’era. A quel punto la situazione è cambiata: «Ho capito che era l’ultimo avvertimento e la prossima volta mi avrebbero ucciso. Dovevo lasciare il Messico», ha raccontato in un’intervista. Dal 2015 la Hernández vive negli Stati Uniti: «È stata una decisione sofferta. Ma volevo che la mia uscita di scena fosse un’opportunità, non una fuga».
In un’intervista che la Hernández aveva rilasciato tempo fa a Repubblica, spiegava come siano profonde le differenze tra i boss del narcotraffico messicani e colombiani, el Chapo e Pablo Escobar, ucciso a Medellin nel 1993: «Il Cartello di Sinaloa può continuare a funzionare anche senza el Chapo mentre quello di Medellin è scomparso con la morte di Escobar. Era lui il Cartello. E c’è un’altra differenza: el Chapo i militari non possono ucciderlo perché scatenerebbero una guerra totale del Cartello di Sinaloa contro lo Stato messicano. Oggi sono molto più potenti di quello che era in Colombia l’organizzazione di Pablo Escobar».
Fece scalpore come, nei mesi scorsi, l’attore Sean Penn riuscì a incontrare il maxi latitante El Chapo. In quell’occasione Penn intervistò il boss del narcotraffico mondiale per la rivista Rolling Stone, consegnando ai lettori di tutto il mondo un racconto dettagliato e vivo di quella vicenda.
“La terra dei Narcos. Inchiesta sui signori della droga”, ovvero il suo libro uscito nel 2014, descrive e racconta la realtà quotidiana, cruda, della vita tra povertà, miseria, violenza e paura. Nella prefazione del volume, affidata a Roberto Saviano (che nel 2013 uscì con “ZeroZeroZero”, un altro libro inchiesta sul mondo del narcotraffico), si legge: “In un Paese come il Messico, straziato dalla povertà, per molte famiglie contadine il mondo del narcotraffico è spesso l’unico mezzo per sopravvivere. I figli dei campesinos vi entrano in contatto da bambini, perché le loro piccole mani sono “perfette” per la raccolta di cannabis, coca e oppio, e per l'incisione dei papaveri da cui far sgorgare la goma, ossia l’eroina. Anabel Hernàndez, giornalista messicana nota per le sue inchieste coraggiose e scomode che da anni la costringono a vivere sotto scorta, era partita proprio da un’indagine sul lavoro minorile nelle piantagioni. Poi, a mano a mano che si addentrava negli sperduti villaggi della Sierra Madre, nel Nord del Paese, nel regno dei narcotrafficanti, si è trovata a fare i conti con una realtà ben più drammatica e sconvolgente: i complessi rapporti tra i vari cartelli che gestiscono il traffico degli stupefacenti sono sfociati in una vera e propria guerra che in soli sei anni ha fatto sessantamila morti”. Un lavoro attento e dettagliato di ricostruzione, riordino delle fonti che consente al lettore di spalancare la finestra su un mondo atroce ma reale.
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