Studiare e insegnare la storia nelle scuole
L’insegnamento della storia è stato ieri al centro del dibattito «Quante storie per la scuola», moderato dal giornalista radiofonico Pietro Del Soldà. Sono intervenuti Tullio De Mauro, linguista,...
L’insegnamento della storia è stato ieri al centro del dibattito «Quante storie per la scuola», moderato dal giornalista radiofonico Pietro Del Soldà. Sono intervenuti Tullio De Mauro, linguista, Silvana Loiero, dirigente scolastica a Bologna, Antonio Montefusco, filologo. Attorno all’insegnamento della storia, agli inizi del millennio c’è stato un tentativo di allargare gli orizzonti, passando da uno studio della storia nazionale e europea a quella di stati più lontani, come l’Africa subsahriana, ma contro questo tentativo c’è stata una levata di scudi da parte di vari storici. Le preoccupazioni principali che condizionano l’insegnamento della storia, secondo il linguista De Mauro, sono di due tipi. «La prima è che il sapere storico è andato in ombra. Nel ’95 l’Istituto Cattaneo fece un indagine fra gli studenti che erano usciti dalla scuola superiore con il massimo dei voti, e scoprì lacune sconcertanti. Più del 50% fra loro, non sapeva come era fatto il Parlamento italiano. Il secondo aspetto riguarda un confronto feroce tra chi sostiene la cronistoria e quelli che cercano di ampliare la storia a temi culturali. Altro aspetto contestato riguarda l’insegnante, tra chi pensa che studiare significhi ripetere fedelmente, e chi invece pensa che la scuola debba insegnare a problematizzare». Dalla sua esperienza, Silvana Loiero, ha visto come la storia «sia vissuta come noiosa alle scuole medie, e più avvincente alla primaria, dove spesso si fa narrazione animata e i bambini si immedesimano nei personaggi. I concetti storici si stabilizzano se si fanno attività concrete».(v.c.)
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