La democrazia autoritaria di Erdogan
Nell’ultima settimana chiuse 12 emittenti televisive e 11 radio
Uno sguardo sulla Turchia, sulla situazione politica e sociale prima e dopo il tentato golpe dello scorso 15 luglio, cercando anche di valutare se finirà un giorno la dittatura del presiedente Erdogan. Di questo si è parlato nel corso dell'incontro “La democrazia autoritaria di Erdogan”, moderata da Gabriele Crescente, giornalista di Internazionale. Hanno dialogato Cengiz Aktar, scrittore e politologo turco,e Bernard Guetta, di France Inter. L’attenzione sulla Turchia è sempre costante, difficile oggi non guardare a questo importante paese cerniera tra Europa e Medio Oriente. Solo nell’ultima settimana sono state chiuse 12 emittenti televisive e 11 stazioni radiofoniche, e lo stato d'emergenza, «potrà essere prolungato di un anno, come ha detto lo stesso presidente»,ha spiegato Aktar. Ma la situazione della violazione dei diritti umani in Turchia è molto più vasta. Giornalisti in carcere, insegnati e magistrati licenziati, oltre a «1245 associazioni chiuse,160 organi di stampa chiusi,2300 giornalisti licenziati,124 di loro nelle prigioni turche. Un record», afferma Aktar. Sugli esponenti del partito curdo pende la spada di Damocle dell’abolizione dell'immunità parlamentare, come è stato chiesto dal Parlamento lo scorso 20 maggio. «La struttura del paese è ipercentralizzata. Non esistono contropoteri verticali, si tratta di un regime troppo forte, non sanzionato e senza controlli», ha detto Aktar. Per un decennio le cose sono andate bene, poi sono successe due cose: «una forte crisi economica, che ha portato crisi sulla popolarità di Erdogan, e i suoi fallimenti in politica estera. Questi fattori hanno determinato un calo di popolarità nel presidente, che non sopportava l’idea di andare all’opposizione.Di quel tentativo di colpo di Stato se ne è servito per restaurare la dittatura che conosciamo», ha spiegato Bernard Guetta. Secondo Guetta, «Erdogan potrà cadere solo quando si sarà scontrato con la questione sociale e i fallimenti internazionali».
Veronica Capucci
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