La Nuova Ferrara

l'intervista

Il Furioso secondo Sgarbi: «Ariosto mira a fantasia e libertà dei sogni»

Vittorio Sgarbi
◗
Vittorio Sgarbi

Un pomeriggio dedicato al poema e alle donne di Orlando: «Oggi gli intellettuali di corte sono Baricco e Benigni»

3 MINUTI DI LETTURA





FERRARA. Ludovico Ariosto cominciò il suo capolavoro nella casa dello zio Brunoro, in una delle dimore Cavallini Sgarbi. Di quel tempo s’intravede qualche traccia sui muri, qualche affresco attribuito a Dosso Dossi. In occasione dei cinque secoli dalla prima pubblicazione del Furioso, Elisabetta Sgarbi invita la città al numero 31 di via Giuoco del Pallone, domani (venerdì 7 ottobre)  alle 18, dove il fratello Vittorio leggerà con passione dal poema e, al suo fianco, Nuccio Ordine racconterà le donne dell’Orlando. A seguire sarà Antonio Ballista a evocare il paladino al pianoforte. Approfittando della sua presenza in città, lo abbiamo intervistato.

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:tempo-libero:1.14206466:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/il-furioso-un-sogno-della-vita/61532/61886]]

Sgarbi, cos’ha ancora da insegnare l’Orlando furioso?
«Non ha mai avuto nulla da insegnare ed è stata la sua forza maggiore. Creò difficoltà al De Sanctis perché non c’era alcuna pulsione verso l’Italia o il Risorgimento nei suoi versi. Poeta dell’armonia secondo Croce, secondo me va letto per puro piacere. Poi nelle pieghe del piacere affiorano dimostrazioni di tolleranza e di dolcezza, in sostanza di umanità. Si tratta di una letteratura che non genera fanatismo, che non induce alla realizzazione di ideali o di imprese a cui piegare la società. Ariosto mira alla libertà dei sogni, alla fantasia».
In città qual è il primo luogo dove lo andrebbe a cercare?
«Andrei giustappunto in piazza Ariostea, una sorta di anfiteatro con una colonna alta trenta metri dove il poeta è stato proiettato verso il cielo, all'altezza dei suoi sogni. Guardandolo dal basso non ho mai visto la sua faccia, perché è stato innalzato oltre il visibile».
Oggi chi sono gli intellettuali di corte?
«Negli ultimi mesi abbiamo visto dichiararsi cortigiani Baricco e Benigni, il quale è diventato fautore del “sì”. Nessuno dei due sta facendo qualcosa di illecito, anche se non avranno grandi vantaggi dal potere, ma sarà più quello che daranno a Renzi. Magari lo fanno per spontanea generosità».

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.14205489:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.14205489:1650625887/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
E intorno agli Estensi?
«Riflettendo sul rango sociale di Ariosto, lo status di uomo legato al potere credo fosse parallelo a quello di poeta. Come tale doveva sopravvivere e accettava di essere un cortigiano di Alfonso I d’Este. Per stampare le trecento copie dei suoi libri, che suppongo non gli dessero chissà quali diritti d'autore, sopportava la situazione. Pubblicava per il piacere di fare una cosa bella e aveva più ragioni lui di Benigni. Di sicuro era più autonomo economicamente, ma non bisogna tralasciare che l’opportunismo negli intellettuali è naturale, non debbono essere degli eroi».
Ariosto non se ne sarebbe mai andato.
«La mia felicità è opposta alla sua: essere assente da Ferrara. Non riesco a stare qui, sono tornato cinque o sei volte in un anno. Se non passeggiava tra i tetti rossi e le statue dei suoi marchesi lui non riusciva a campare. Io ne faccio volentieri a meno».
Considerando la madre e Boiardo, il poeta ha appreso più qui o a Reggio Emilia?
«La condizione ideale per scrivere era qui. Questa è una città evanescente, che non appartiene alla realtà. Il luogo dove nasci spesso non corrisponde a quello dove ti identifichi; anzi, la sua patria reale era quella in cui stava bene, una delle capitali europee della cultura umanista. In Castello arrivarono persino van Eyck e van der Weyden, mentre la portata di Reggio non era granché».
È rimasto qualcosa di quella Ferrara?
«Non è rimasto nulla. È una reliquia di città come Pompei di notte. È desolata come una casa di riposo per anziani. Chissà gli ultimi giovani rimasti cosa continuano a trovarci per non scappare altrove. Manca il dinamismo e i suoi valori simbolici sono svaniti. Quella attuale è una “fantaFerrara”».

Matteo Bianchi

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google