Il Furioso secondo Sgarbi: «Ariosto mira a fantasia e libertà dei sogni»
Un pomeriggio dedicato al poema e alle donne di Orlando: «Oggi gli intellettuali di corte sono Baricco e Benigni»
FERRARA. Ludovico Ariosto cominciò il suo capolavoro nella casa dello zio Brunoro, in una delle dimore Cavallini Sgarbi. Di quel tempo s’intravede qualche traccia sui muri, qualche affresco attribuito a Dosso Dossi. In occasione dei cinque secoli dalla prima pubblicazione del Furioso, Elisabetta Sgarbi invita la città al numero 31 di via Giuoco del Pallone, domani (venerdì 7 ottobre) alle 18, dove il fratello Vittorio leggerà con passione dal poema e, al suo fianco, Nuccio Ordine racconterà le donne dell’Orlando. A seguire sarà Antonio Ballista a evocare il paladino al pianoforte. Approfittando della sua presenza in città, lo abbiamo intervistato.
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Sgarbi, cos’ha ancora da insegnare l’Orlando furioso?
«Non ha mai avuto nulla da insegnare ed è stata la sua forza maggiore. Creò difficoltà al De Sanctis perché non c’era alcuna pulsione verso l’Italia o il Risorgimento nei suoi versi. Poeta dell’armonia secondo Croce, secondo me va letto per puro piacere. Poi nelle pieghe del piacere affiorano dimostrazioni di tolleranza e di dolcezza, in sostanza di umanità. Si tratta di una letteratura che non genera fanatismo, che non induce alla realizzazione di ideali o di imprese a cui piegare la società. Ariosto mira alla libertà dei sogni, alla fantasia».
In città qual è il primo luogo dove lo andrebbe a cercare?
«Andrei giustappunto in piazza Ariostea, una sorta di anfiteatro con una colonna alta trenta metri dove il poeta è stato proiettato verso il cielo, all'altezza dei suoi sogni. Guardandolo dal basso non ho mai visto la sua faccia, perché è stato innalzato oltre il visibile».
Oggi chi sono gli intellettuali di corte?
«Negli ultimi mesi abbiamo visto dichiararsi cortigiani Baricco e Benigni, il quale è diventato fautore del “sì”. Nessuno dei due sta facendo qualcosa di illecito, anche se non avranno grandi vantaggi dal potere, ma sarà più quello che daranno a Renzi. Magari lo fanno per spontanea generosità».
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E intorno agli Estensi?
«Riflettendo sul rango sociale di Ariosto, lo status di uomo legato al potere credo fosse parallelo a quello di poeta. Come tale doveva sopravvivere e accettava di essere un cortigiano di Alfonso I d’Este. Per stampare le trecento copie dei suoi libri, che suppongo non gli dessero chissà quali diritti d'autore, sopportava la situazione. Pubblicava per il piacere di fare una cosa bella e aveva più ragioni lui di Benigni. Di sicuro era più autonomo economicamente, ma non bisogna tralasciare che l’opportunismo negli intellettuali è naturale, non debbono essere degli eroi».
Ariosto non se ne sarebbe mai andato.
«La mia felicità è opposta alla sua: essere assente da Ferrara. Non riesco a stare qui, sono tornato cinque o sei volte in un anno. Se non passeggiava tra i tetti rossi e le statue dei suoi marchesi lui non riusciva a campare. Io ne faccio volentieri a meno».
Considerando la madre e Boiardo, il poeta ha appreso più qui o a Reggio Emilia?
«La condizione ideale per scrivere era qui. Questa è una città evanescente, che non appartiene alla realtà. Il luogo dove nasci spesso non corrisponde a quello dove ti identifichi; anzi, la sua patria reale era quella in cui stava bene, una delle capitali europee della cultura umanista. In Castello arrivarono persino van Eyck e van der Weyden, mentre la portata di Reggio non era granché».
È rimasto qualcosa di quella Ferrara?
«Non è rimasto nulla. È una reliquia di città come Pompei di notte. È desolata come una casa di riposo per anziani. Chissà gli ultimi giovani rimasti cosa continuano a trovarci per non scappare altrove. Manca il dinamismo e i suoi valori simbolici sono svaniti. Quella attuale è una “fantaFerrara”».
Matteo Bianchi
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