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A novembre arriva Mongrel il nuovo album di John Strada

di SAMUELE GOVONI
A novembre arriva Mongrel il nuovo album di John Strada

Il disco uscirà tra tre settimane e conterrà 15 canzoni tutte in inglese. L’intervista al rocker: mi misuro con la lingua che mi ha cambiato la vita

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di SAMUELE GOVONI

È partito da Montebelluna il nuovo tour di John Strada che proseguirà a Pian di Scò (16 ottobre), Scandiano (28 ottobre), Finale Emilia (5 novembre) e Novellara (12 novembre). Non si tratta di una serie di concerti normali, bensì della presentazione di Mongrel; nuovo album e primo in inglese del rocker di XII Morelli. A distanza di due anni e mezzo da Meticcio, arriva il 4 novembre la versione inglese di questo lavoro che non è solo la traduzione in lingua dei brani, ma un lavoro più complesso e articolato; un rimescolamento che ha dato vita anche a nuove collaborazioni con artisti americani. Abbiamo contattato John Strada un paio di giorni fa, proprio mentre era in viaggio verso il “Mattorosso” di Montebullana e con lui, aspettandone l’uscita, abbiamo parlato di Mongrel .

Partiamo dalla tracklist. Sono tutti brani di “Meticcio” o c’è dell’altro?

«L’album contiene quindici canzoni, dodici brani e tre bonus track. Di queste, dieci arrivano da Meticcio. In più ci sono due inediti, uno dei quali dedicato a Guglielmo Marconi, e altri che arrivano da Pezzi di vita (album del 2002, ndr). Registrati all’epoca in inglese non vennero mai pubblicati. Ora però, è arrivato proprio il momento di farli uscire».

Lingua a parte, cosa cambia in questo lavoro?

«Tutto! Cambia tutto. È un album completamente diverso. Era tanto che volevo misurarmi con una realtà anglofona che, a pensarci bene, ha scandito sempre la mia vita. All’inizio scrivevo in inglese poi ho scoperto l’italiano e ho scelto di comporre nella nostra lingua perché volevo farmi capire dalla mia gente».

E poi cos’è successo?

«Quando sono stato in America (a inizio 2015 quando incontrò anche Bruce Springsteen durante un festival ad Asbury Park, ndr) ho portato alcuni miei brani tradotti come Chi guiderà, Sangue e polvere e Rocco e Fanny. Ho notato che la versione inglese funzionava e al pubblico piaceva, allora mi sono convinto e ho lavorato alla traduzione e all’arrangiamento dei brani».

In questo disco però ci sono anche diversi artisti ospiti.

«Sì, oltre ai Wild innocents, la band che è sempre con me, ci sono anche musicisti con i quali avevo già collaborato in altri contesti. Si tratta di collaborazioni nate prima di tutto da un rapporto di amicizia, da un feeling personale. All’interno dei brani compaiono vari nomi tra cui quello di James Maddock, il quale ha contribuito anche alla stesura di Promises e che l’anno scorso ha vinto il Premio Tenco come miglior artista straniero».

Come è stato riscrivere i brani in inglese?

«Mi sono reso conto che, cantando in una lingua diversa, si tende ad osare di più. Sono riuscito a liberarmi. In più, sfatiamo un altro mito, non è vero che con l’inglese “va bene tutto” perché è una lingua musicale. È stato difficile cantare i miei brani perché oltre al tempo, alla voce e a tutto il resto, devi tenere conto della pronuncia; è fondamentale».

Qual è stato il brano più difficile da “rimodellare”?

«Assolutamente Nella nebbia. A quella ci ho lavorato un bel po’».

Come ti senti? Dai live cosa ci dobbiamo aspettare?

«Sono in forma perché questo disco mi appartiene molto. La scaletta si è rinfrescata grazie al nuovo repertorio; i brani saranno energici e coinvolgenti, un mix esplosivo di musica e parole. Il tour è appena cominciato e forse l’estate prossima andrò anche negli Stati Uniti».

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