«Pochi soldi e cultura alla base dei problemi»
La parola ai musicisti: suonare dal vivo è sempre più difficile
di SAMUELE GOVONI
«È una situazione triste. Una deriva che, se guardiamo lo stato delle cose, è purtroppo inevitabile». John Strada, rocker in pista da quasi trent’anni, è stato uno dei primi a esprimere tristezza per la chiusura del circolo Arci Zone K, locale al quale era affezionato. «I locali che ospitano musica dal vivo si trovano a fare i conti con spese sempre più alte, con una burocrazia sempre più macchinosa e quindi, invece di essere incentivati a perseguire in questa direzione, si trovano costretti a mollare la presa. Penso però – prosegue Strada - che prima che di costi quello riscontrato dalle nostre parti sia un problema culturale. Nel caso specifico, i ragazzi dello Zone K, avevano creato un vero e proprio live club; una realtà che ospitava artisti internazionali e, francamente, più di così non so cosa si possa fare».
In effetti da lunedì pomeriggio sulla pagina Facebook del locale capeggia un post che spiega i perché e i per come della chiusura. Almeno nel loro caso, la causa non è da ricondurre alla mancanza di pubblico. “L’anno passato è stato e resta per noi meraviglioso, sia dal punto di vista artistico/culturale, che da quello umano, con decine di concerti (150 per la precisione) di band italiane e straniere e con la sorprendente partecipazione di un pubblico attento, curioso e rispettoso. Quindi un grazie di cuore va a tutti quelli che ci hanno sostenuto, Zone K siete anche voi. La fine del percorso a Malborghetto - si legge nel post -, questo ci teniamo a sottolinearlo, non è stata causata da assenteismo agli eventi o da problemi interni all’associazione, ma dal mancato rinnovo del contratto d’affitto. Il programma e le idee per il secondo anno di attività erano tutte sul tavolo”.
Vista e considerata la chiusura, oltre che del circolo di Malborghetto di Boara, anche del circolo Arci Quattro Stracci (Ferrara), del Patchanka (Pontelagoscuro) e del live format Cargo (Dopolavoro ferroviario) abbiamo voluto fare due chiacchiere con alcuni dei protagonisti della scena musicale ferrarese, per capire anche da loro cosa rappresentano per un musicista quattro chiusure in appena tre mesi.
Dopo John Strada ci siamo confrontati con i The Dice, giovane band ferrarese attualmente impegnata nelle registrazioni del nuovo album. Loro, tutti giovanissimi, arrivano da un’estate di musica dal vivo, oltre 20 concerti in giro per l’Italia e si preparano domani a salire sul palco del Roxy Bar a casa Red Ronnie. «Allo Zone K – inizia Enrico Testi, frontman del gruppo - non ci siamo mai esibiti ma abbiamo frequentato il locale, abbiamo assistito a diversi concerti e devo dire che ci dispiace molto per quello che è successo. Era un ottimo punto di incontro per gli amanti della musica dal vivo. Credo che, se dobbiamo parlare di business, oltre ai locali, anche i musicisti dovrebbero farsi un “esame di coscienza”. Voglio dire - spiega - ci sono i locali che fanno live perché amano la musica, ma ci sono anche quelli che la fanno per attirare più gente possibile e guadagnare. Penso che un musicista debba chiedersi: perché quel locale deve chiamare me a suonare? Cosa ho da offrire in più rispetto agli altri? Ci sono molti che pensano di essere già delle star ma non è così. La possibilità di suonare va data a tutti sia chiaro, ma dipende dai contesti e anche dalle esigenze del locale».
Uno che di contesti e locale ne sa qualcosa è Leondaro Veronesi. Il cantautore ferrarese “fa i conti” con questa “passionaccia” da diversi anni e ora con il suo ultimo disco “Non hai tenuto conto degli zombie” oltre al repertorio musicale si porta appresso anche “non morti part time” inquietanti e simpatici allo stesso tempo.
«Penso che di fatto sia un problema culturale. Il musicista negli anni Settanta era un mito mentre adesso, che ci sia o non ci sia per la grande maggioranza del pubblico poco importa. Però - spiega Veronesi - credo che a Ferrara più che culturale la chiusura dei locali sia da attribuirsi a un aspetto economico e logistico perché la volontà di dare spazio alle band e alla musica live c’era. Per quanto triste, spero che questo sia solo un momento di passaggio e che quei locali possano alzare di nuovo le saracinesche perché c’è bisogno di luoghi come lo Zone K e gli altri. La musica dal vivo è importante e non potrà mai essere soppiantata da qualcos’altro».
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