La Nuova Ferrara

«I dipinti di Caravaggio sono come fotografie»

di SAMUELE GOVONI
«I dipinti di Caravaggio sono come fotografie»

Sgarbi questa sera si esibirà davanti a un Teatro Abbado tutto esaurito Oltre 50 le repliche in tutta Italia per lo spettacolo nato da un suo libro

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di SAMUELE GOVONI

«Caravaggio è contemporaneo perché attraverso la sua pittura ha saputo immortalare momenti di vita veri, come in una fotografia. È contemporaneo e le sue opere mi rimandano a Pasolini». Vittorio Sgarbi torna in città oggi e lo fa per portare sul palco il suo “Caravaggio”, spettacolo teatrale che alle 21 andrà in scena davanti a un Teatro Abbado tutto esaurito. Il critico d’arte ferrarese condurrà il pubblico attraverso la vita e la pittura rivoluzionaria di Michelangelo Merisi in una pièce arricchita dalla musica di Valentino Corvino e dalle immagini delle opere più rappresentative del pittore. In attesa di vederlo questa sera a teatro lo abbiamo intervistato per saperne un po’ di più su questa sua avventura teatrale iniziata ormai diversi mesi fa.

Sgarbi, quando e come nasce questo spettacolo?

«Nasce da . Il punto di vista del cavallo. Caravaggio, un mio libro uscito un paio di anni fa. In questo “libretto manifesto” si spiega la rivoluzione di Caravaggio, rivoluzione che poi ho scelto di portare nei teatri. Si tratta di uno spettacolo che ha ormai raggiunto le 50 repliche e che ha una sua potenza teatrale».

In che senso?

«Nel senso che si ha la sensazione di stare dentro ad un racconto. Lo spettatore si identifica con Caravaggio; l’artista, le sue opere sembrano essere vive. Non si tratta semplicemente di un oratore che scorre delle diapositive. Da questo spettacolo emerge la contemporaneità del Caravaggio ed emergono tutte le affinità che lui e i suoi dipinti hanno con Pier Paolo Pasolini».

Cosa intende definendo Caravaggio “contemporaneo”?

«È un pittore che non ha pregiudizi, non mette a confronto la realtà, la fotografa e basta. Ha la capacità di fotografare un’azione, immortalare un attimo decisivo proprio come avrebbe fatto secoli dopo Robert Capa nei suoi celeberrimi scatti».

Per esempio?

«Nel Ragazzo morso da un ramarro (opera realizzata tra il 1595 e 1596, ndr), si vede un fanciullo in una posa quasi seducente e attraente, un atteggiamento che in un certo senso ricorda i “ragazzi di vita” di Pasolini. Ad un tratto però questa posa si interrompe perché il ragazzo, essendo morso da un ramarro, si muove di colpo, scuote il capo e fa una smorfia. Il pittore è stato capace di fermare proprio quell’attimo, dipingerne l’immagine; come se fosse un’istantanea. Per realizzarla ha impiegato più tempo ma l’effetto è lo stesso».

Preparando lo spettacolo si aspettava questo successo?

«Sì, mi aspettavo il successo perché già in altre occasioni avevo dimostrato di “funzionare” sul palcoscenico. Non è il primo spettacolo che faccio e sono abituato a calcare le scene. Oltre al personaggio Caravaggio c’è il personaggio Sgarbi in scena, gli spettatori partecipano volentieri».

Le piace dunque la dimensione teatrale?

«Sì, soprattutto quando mi pagano. Mi piace guadagnare facendo qualcosa che mi piace particolarmente. Quando uno fa un lavoro che gli piace e che lo gratifica, supera più volentieri le difficoltà, affronta meglio le fatiche. Fare qualcosa che ti piace aggiunge vita alla vita, il teatro non mi sottrae del tempo perché mi piace».

Perché secondo lei in molti casi storia dell’arte a scuola allontana i ragazzi piuttosto che avvicinarli?

«Un’ora a settimana è troppo poco. Ci vorrebbe uno Sgarbi che mostra opere d’arte e realtà anche sconosciute. La gente a volte è pigra e non ha voglia di scomodarsi più di tanto. Spesso gli abitanti di una città non sanno nemmeno che cosa rende unica quella città. La storia dell’arte andrebbe vissuta come una guerriglia: bisogna bussare, suonare i campanelli, andare a vedere quelle opere custodite anche all’interno di luoghi che potrebbero sembrare impenetrabili».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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