«Quello che mi ha dato mia moglie nella vita lo porto con me»
Esce “Lei mi parla ancora”, nuova opera di Giuseppe Sgarbi Il volume è un delicato dialogo a distanza tra lui e Rina
L’amore di Giuseppe Sgarbi per la moglie Rina, scomparsa il 3 novembre di un anno fa, è di quelli che non si trovano più. È stato un amore che ha dato pienezza, significato, profondità, valore e bellezza a una strada percorsa fianco a fianco, qui evocato in una “prosa piana, percorsa da echi e risonanze come ogni classicità”, ha commentato lo scrittore Claudio Magris.
Nemmeno il tempo è stato capace di spezzare il legame tra due persone che hanno trascorso insieme una vita, che sono cambiate una in funzione dell’altra, che hanno cresciuto due figli dentro un abbraccio.
Dopo i successi di “Lungo l’argine del tempo” e “Non chiedere cosa sarà il futuro”, in una sorta di romanzo-elegia “Nino” Sgarbi, com'è conosciuto dalle nostre parti, racconta il sentimento inesauribile per sua moglie in un delicato dialogo a distanza. Scrive una cantica d'amore dai mille registri, mai scontata, lucida e appassionata, commovente e filosofica. Scrivere un libro ispirato dalla mancanza e in pegno all’assenza non è semplice, la retorica è spesso in agguato; ma per l'autore impugnare una penna è stato un dono inaspettato con cui ripescare emozioni autentiche e profonde.
“Lei mi parla ancora” è un titolo tenero e coraggioso.
«Soltanto nel ricordo, nella memoria si può sentire la voci di chi si ha amato tanto, se la si è amata veramente. È un titolo da sentire dentro più che da capire. Quello che mi ha trasmesso mia moglie durante la sua vita lo porto ancora con me».
Che cosa racconta?
«Ho scritto giorno per giorno com’è nato il nostro rapporto, il sentimento che ci ha uniti negli anni. Il primo bacio ce lo siamo dati sul montagnone e c’è ancora la panchina dove ci siamo seduti, rivolta verso i Bagni Ducali».
Tre romanzi in tre anni: si dedica molto alla scrittura?
«No, affatto. All’amico Giuseppe detto le mie storie, passo insieme a lui qualche mattina. È piacevole, non è un pesante, è come tenere un diario. Ai miei tempi era normale, ce lo insegnavano a scuola».
Le parole sono state un sostegno?
«Mi hanno dato una certa soddisfazione. È stato merito di mia figlia Elisabetta se ho preso confidenza con le pagine, poco alla volta. Ricordare certi momenti del passato mi ha aiutato a riviverne altri, alcune giornate difficili che mi hanno segnato».
Un esempio?
«Non scorderò mai l'alluvione del Po, quando partecipato personalmente ai soccorsi. Volai in biciletta a Ficarolo dove trovai la Nena, che mi fece attraversare in circostanze quasi drammatiche. Arrivai a casa che l’acqua non era ancora arrivata, ma durante la notte allagò la sala. Il giorno dopo mi sono procurato una barca per soccorrere le persone che avevano bisogno di aiuto».
Ha mantenuto un rapporto con il Grande Fiume?
«Ho pescato per molti anni, ma non in Po. È una passione che prende: andavo nel Livenza, vicino al Lago Maggiore. Trascorrevo intere giornate, dall'alba al tramonto, a guardarne la superficie. Quanta acqua ho visto passare».
E la sua Ro è cambiata?
«È sempre la stessa. Negli ultimi anni sono nate diverse attività sul ponte, chiudendo un po’ il paese dentro di sé. È rimasto più Ro di quanto non lo sia mai stato».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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