La Nuova Ferrara

ferrara rossettiana

Palazzo dei Diamanti Per capire la città si deve partire da qui

di CARLO BASSI
Palazzo dei Diamanti Per capire la città si deve partire da qui

Le bugne a forma di diamante che rivestono l’edificio incamerano e riflettono da sempre la luce del sole

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In occasione del 500º anniversario della morte di Biagio Rossetti, l’architetto che nel Rinascimento ha ridisegnato Ferrara, la Nuova si è rivolta agli architetti ferraresi contemporanei per far loro analizzare, anche dal punto di vista tecnico, quella che è stata l’opera del “muradore, architecto, inzegnero” conosciuto a livello mondiale.

di CARLO BASSI

L’incipit del secondo capitolo di un libro che, appena uscito ho voluto avere alla ricerca di tangenze esistenziali relative alla mia vicenda di “emigrato” a Milano (Alberto Rollo, “Una educazione milanese”) recita così: si tratta di scegliere dove mettersi per “guardare” una città. Mi piacerebbe davvero che ci fosse un posto privilegiato. Ma avere un posto tradirebbe l’intenzione di capire. Capire la città.

Capire Ferrara. Il problema è questo: dove mettersi per “capire”? Il tema che pone Alberto Rollo oggi è stato per me il leitmotiv abitare a Milano pensando a Ferrara finito addirittura in un testo poetico: fammi capire Ferrara, chiedevo all’ombra di Biagio Rossetti mio fratello maggiore.

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In questi tempi, forse, qualche squarcio in questa ricerca, dopo anni di meditazione, pare che mi sia stato aperto e mi si pone davanti come “luogo distinto e indimenticabile” ed è il Palazzo dei Diamanti. Si badi bene non Palazzo Diamanti ma Palazzo dei Diamanti, dove Diamanti non è il cognome di una famiglia nobile titolare del luogo come Strozzi o Roverella, ma un attributo esclusivo data la sua visibile conformazione.

Visibile conformazione dalle infinite presenze in funzione della luce che gioca con la geometria delle bugne rosate in ogni ora del giorno e della notte, con la nebbia e con la pioggia.

Visibile conformazione che si pone come vera e propria identità urbana al di là delle forme del “comune antico” della Cattedrale, di quelle longobarde del Castello, di quelle albertiane del campanile del Duomo.

Caposaldo fondamentale in cui collocarsi per guardare (vedere) Ferrara e cercare di capirla. E a ben pensarci proprio da queste suggestioni emergono le ragioni che fanno del Palazzo dei Diamanti nel Quadrivio il luogo privilegiato da cui “capire”: il Quadrivio che individua, ad esempio, il nuovo centro della città e che senza quella architettura dell’orgoglio sarebbe un normale incrocio di strade; il Quadrivio le cui misure che lo individuano conferiscono struttura a tutta la città nuova. E il sole che privilegia qui luoghi non solo per gli Equinozi la cui comparsa segna la via dei Prioni ma con il “medium coeli” che, tradotto, significa il sole al suo fulgore massimo che inonda il Quadrivio e incendia le bugne dei Diamanti.

La storia dell’edificio è a ben vedere, un’altra fonte di identità per capire Ferrara.

Biagio Rossetti sollecitato da Sigismondo fratello di Ercole disegna l’edificio e lo colloca (questa la sua prima grande intuizione) a caposaldo di un incrocio di strade destinato a configurare il nuovo centro della città nel progetto della sua grande Addizione. Lo progetta, lo inizia e nel 1503 lo affida per la edificazione ai fedelissimi Girolamo Pasini e Cristoforo da Milano. Lui va a Firenze a vedere cosa ha fatto Brunelleschi e a caricarsi di stimoli e di suggestioni. Al suo ritorno Pellegrino Prisciani avrà scoperto che il sole domina l'incrocio dove è collocato il palazzo e glielo confiderà in segreto. Biagio ha la seconda grande intuizione: rivestire di bugne a forma di diamante le due enormi facciate del palazzo: la luce che quelle bugne incamereranno per rifletterla e riproporla sarà praticamente per sempre. Sarà un exploit straordinario. Il sole e la luce, per sempre, dimoreranno su quelle bugne e faranno del palazzo il nuovo grande riferimento identitario della città nuova che Biagio ha in costruzione. Gli studiosi della storia del Palazzo dei Diamanti si chiedono dove Biagio abbia trovato suggerimenti per la invenzione delle bugne e della forma di esse, ma la ricerca è andata a vuoto perché dove esse in qualche modo compaiono o sono di costruzione e di collocazione posteriore al suo operare o sono in luoghi dove Biagio non è mai arrivato (a Trapani, per esempio). C’è il caso di Bologna a Palazzo Infrangipani ma esse hanno un disegno che deve assolvere funzioni diverse. Ai Diamanti quindi esse sono una pura invenzione e per la quantità del loro impiego, per la loro geometria e per la loro forma. La quantità del loro impiego sulle due immense pareti ad angolo del palazzo (sappiamo che il fornitore concluse con molto ritardo la commessa e per questo subì multe e prigione) indica la volontà precisa di fare completamente diversa quella architettura, fuori dalla norma, farla unica. E il cornicione in cotto rosso che le sovrastava aveva proprio la funzione di farle cantare.

Forse Rossetti pensava ad un omaggio tutto speciale ai suoi Duchi, forse proprio per fare di quel luogo e di quella architettura il momento alto del significato nuovo che voleva dare alla città come era stata la cupola per Firenze che aveva appena visto e davanti alla quale si era commosso. Ho visto recentemente a Ferrara nella Rotonda del Teatro Comunale una mostra affascinante di fotografie di Marco Caselli Nirmal. Essa aveva una sorta di copertina dove era una immagine di quella mitica operazione teatrale compiuta da Luca Ronconi grande regista milanese negli anni Novanta quando, davanti al Palazzo dei Diamanti e davanti a quello Turchi di Bagno, ha pavimentato la via degli Angeli di specchi ottenendo una immagine del luogo fantastica, straniante, irreale, di luce e di riflessi: una sorta di mondo a parte che i diamanti riflessi facevano fantastico. In quel mondo, nella immagine di Caselli Nirmal si vede entrare una figura umana quasi danzante con una candela accesa in mano. È il contrapasso: un mondo di fiaba che per diventare umano e accettabile ha bisogno della fiamma di una candela. Rossetti aveva certamente intuito che la sua idea della luce e delle bugne avrebbe potuto diventare un mondo di fiaba e lo perseguì fino in fondo perché quello doveva diventare non solo un luogo “distinto e indimenticabile' ma 'altro”, difficile, esclusivo: identità fisica e fantastica della città, luogo da cui alla fine potere davvero “capire” Ferrara. Ho espresso molte volte ai miei amici fotografi il desiderio di raccogliere in immagini il senso della luce sulle bugne del palazzo in tutte le ore dal giorno con il sole e con la nebbia, alla notte con la luce stradale, quando piove e con i lampi del temporale. Credo che potrebbe essere realizzato addirittura un filmato che documenterebbe le infinite immagini di u autentico poema della luce. I miei modestissimi tentativi mi avevano dato risultati sorprendenti.

Perché la Nuova Ferrara, in questa temperie di celebrazioni rossettiane, non lancia un grande concorso con questo tema per arrivare ad un documento (inevitabilmente sempre parziale e modesto) che mostri la infinita carica di fantasia custodita da quelle pareti. Forse un esercizio del genere alla fine mostrerebbe come sia stato un errore pitturare di bianco il fascione in cotto rosso brillante che era ad un tempo argine al dispiegarsi infinito della luce e valore di contrasto per rendere geometricamente contenuto il dilagare delle variazioni luminose possibili. Credo che sarebbe una bella gara che con la sua ricchezza di immagini documenterebbe come, alla fine, sia proprio di lì, dal Palazzo dei Diamanti, posto privilegiato che si deve partire per “capire” Ferrara.2-Continua

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