Svampa, cacciatore di streghe e investigatore della Chiesa
Per gentile concessione dell’editore Einaudi, pubblichiamo l’incipit de “Il marchio dell’inquisitore” di MARCELLO SIMONI Roma, via dell’Arco camilliano. 18 dicembre 1624. Posò la lanterna sul...
Per gentile concessione dell’editore Einaudi, pubblichiamo l’incipit de “Il marchio dell’inquisitore”
di MARCELLO SIMONI
Roma, via dell’Arco camilliano. 18 dicembre 1624. Posò la lanterna sul pavimento cosparso di segatura e xilografie sbiadite, osservando le cinque zampe di legno che salivano fino al pianale intarsiato e, sopra di esso, il gioco di travi, corregge e molinelli che davano forma al torchio. Benché fossero in molti a maledire quel genere di ordigno, la Babele da cui si erano propagate le dottrine di mille Lutero e Simon Mago, lui non l’aveva mai inteso uno strumento del diavolo. Eppure era da lì che spuntavano le gambe della vittima, quasi in procinto di essere divorate insieme al resto del corpo. La scena gli rammentò Giona ingoiato dal mostro marino, così come l'aveva scorto anni addietro sulla miniatura di un salterio veneziano. Con la differenza che nulla, in quel frangente, si sarebbe potuto fare per il malcapitato. Il tronco era irrimediabilmente schiacciato dalla platina metallica, sotto la vite del timpano.
L’anima già resa al Signore. Fra’ Girolamo Svampa raccolse la lanterna e si portò all’altro capo del torchio. Non era la vista del macabro a scuoterlo, bensì una sensazione remota, familiare, che guidò la sua mano alla base del collo. Forse era stato l’odore dell’inchiostro di galla a risvegliarla, oppure quello ancor più pungente degli oli di cui erano intrise le matrici di bosso. Ormai non importava, pensò. Si trattava soltanto di combatterla, quella sensazione, a costo di ricorrere alla boccetta che celava in una tasca della cappa. Tornò alla bottega, talmente buia da dargli l’impressione di muoversi in una grotta, e avanzò fino alla testa del cadavere. Si trovava oltre il timpano, al limite estremo del pianale, con la punta della barba rivolta verso l’alto e il capo tonsurato poggiato sul bordo. I lineamenti emersero poco per volta, all’appressarsi del lume, ma appena notò la bocca lo Svampa non si curò d’altro. Guidato da chissà quale follia, qualcuno si era preso la briga di spalancarla fino a slogare l’osso e di ostruirla con delle pagine stampate. Non tutte, però, erano finite nella cavità. Molte erano cadute a terra, ai piedi del torchio. Sembravano essere appartenute a uno o più libercoli del medesimo formato e sfascicolati in fretta e furia, in spregio alla carta e alla legatura. Fra’ Girolamo ne raccolse una e, tenendola per un angolo, la esaminò con attenzione. Poi la mostrò al bravo che attendeva in silenzio accanto all’ingresso.
Cagnolo, questo il suo nome, sfilò una mano dal mantello e si aggiustò la tesa del feltro. - Per l’amor di Dio, magister, - disse roco. - Sapete bene che non m’intendo né di lettere né d’alfabeti. Lo Svampa si astenne dal replicare. Gettò un’ultima scorsa alle pareti buie, con tanto di commiato al Giona divorato dal torchio, e varcò l’uscio ritrovandosi nel gelo della notte.
Sfarfallava nevischio. La carrozza, che l’aveva strappato dalle sue incombenze serali in una chiesetta della campagna romana, l’attendeva a venti passi da un arco in rovina, fra un intrico di edifici vetusti dirimpetto al Collegio romano. Esitò a raggiungerla, restando sotto la luce della lampada appesa all’esterno della bottega. Ancora una volta provò quel senso di familiarità, che rintuzzò con fastidio. E ancora una volta cercò con le dita alla base del collo, sotto lo scapolare da domenicano. Come se rovistasse in un passato pieno di angosce e segreti. Due creste di borgognotta emersero dalle ombre, rivelando la presenza dei cavalleggeri in attesa delle sue direttive. Lui li ignorò. Voltatosi verso la soglia da cui era uscito, si rivolse al bravo che indugiava sul ciglio, quasi a guardargli le spalle. - Va’, Cagnolo, - ordinò l’inquisitore. - Cerca in strada.
LA CACCIA DEL FURETTO
Convento di Santa Maria sopra Minerva. 19 dicembre 1624. - Conoscevo la vittima, sì -. Padre Francesco Capiferro, segretario dell’Indice, uscì dalla penombra del colonnato e proseguì sull'erba innevata, nell’aria frizzante del mattino. - Era fra’ Pietro Rebiba, consultore dell’Indice. Lo Svampa osservò la sagoma nera del religioso stagliarsi sotto un cielo dalle sfumature ferrigne, poi gli andò dietro. Si trovavano in uno dei due chiostri del convento, tra lunette affrescate con la vita di santa Caterina da Siena e un vecchio pozzo su cui zampettavano dei passeri.
Tutt’intorno sorgevano fabbricati assai più recenti, eretti al tempo del Concilio di Trento per ospitare schiere di prelati giunti in pellegrinaggio da ogni plaga della cristianità, portando con sé i loro intrighi e le loro ossessioni. L’inquisitore ne percepiva quasi l’eco, un lamento di anime frustrate sotto quella parvenza di quiete. Intra Ecclesiam nulla salus. - Era frate domenicano o gesuita? - chiese, tornando sull’argomento. Capiferro arricciò i baffi lucidi di olio di gelsomino e lo studiò di sottecchi. - Domenicano, naturalmente. Come voi e me. Fra’ Girolamo non l’aveva dato per scontato. La Congregazione dell’Indice, sorella più giovane dell’Inquisizione, stava diventando terreno d’infiltrazione per la Compagnia di Gesù, a dispetto dell’ordine domenicano che ne deteneva il controllo.
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