La Nuova Ferrara

la testimonianza

La mattina dopo l’eccidio estense nella memoria di mio padre

di MICHELA PEZZANI
La mattina dopo l’eccidio estense nella memoria di mio padre

di MICHELA PEZZANI Non era una bicicletta qualsiasi ma un componente della famiglia la Atala da passeggio color verdino di mio papà Oberdan Pezzani (classe 1928), sua quotidiana compagna di viaggio e...

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di MICHELA PEZZANI

Non era una bicicletta qualsiasi ma un componente della famiglia la Atala da passeggio color verdino di mio papà Oberdan Pezzani (classe 1928), sua quotidiana compagna di viaggio e qualcosa di più quel nebbioso e umido mattino del 15 novembre 1943. «Sta ’tenti… chin t’la porta via», la raccomandazione di nonna Dolores, mamma di Oberdan, era costante ogni mattina che papà usciva di casa per andare a scuola in via Borgoleoni in sella al “bolide” il cui marchio era celebre perché in quella categoria nel 1909 Luigi Ganna ci aveva vinto il giro d’Italia. «Frequentavo il quarto anno all’istituto tecnico per ragionieri Vincenzo Monti; avevo 15 anni. Ne avrei compiuti sedici l’8 giugno successivo». Così mi ha sempre raccontato mio padre, testimone oculare del ritrovamento dei corpi delle vittime dell’eccidio estense narrato dallo scrittore Giorgio Bassani nel racconto Una notte del ’43 del libro Cinque storie ferraresi e poi dal regista concittadino Florestano Vancini nel film La lunga notte del ’43. La memoria corre a quei giorni e alle vittime innocenti trucidate per vendicare l’assassinio del federale di Ferrara Igino Ghisellini e questi sono i nomi dei cittadini martiri: Emilio Arlotti, Pasquale Colagrande, Mario e Vittore Hanau, Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Alberto Vita Finzi, Mario Zanatta (fucilati all’alba del 15 novembre contro il muretto del castello), Gerolamo Savonuzzi e Arturo Torboli (sulle mura di San Tommaso nei pressi di Rampari di San Giorgio), Cinzio Belletti in via Boldini. «Prima di imboccare la salita per il Castello guardai attraverso i portici verso piazzetta Savonarola e vidi dei capannelli di gente. Nell’aria c’era un grande silenzio». E continua mio padre: «Mi avvicinai con un pugno stretto alla manopole del manubrio e l’altro sul campanello perché non vibrasse sui sanpietrini. Non potrò più scordarlo. Davanti a me due persone stavano stese a terra, supine, l’una a braccetto dell’altra e il cappello di uno dei due rimaneva scostato di un paio di metri, rovesciato, forse un lobbia, o un Borsalino. Fissai i due uomini, uno giovane e un anziano. Avevano un foro di proiettile nella fronte, ma solo di entrata, senza spargimento di sangue e nel cancello del castello si vedevano invece i segni di molti proiettili. Erano padre e figlio Hanau, ebrei. Mi spostai allora di qualche metro verso l'angolo dei Quattro Esse e notai altri cadaveri rovesciati fra il marciapiede e l’acciottolato. Non sono riuscito a contarli. Intorno nessun pianto. Silenzio di tomba. La gente non si fermava. Fui talmente sconvolto che presi la bici e invece di andare a scuola me ne tornai a casa. Avevo il cappotto marrone, lungo fino ai piedi… che con la stoffa che c’era in più ci sarebbero venute un paio di braghe. Me lo aveva confezionato il sarto Santini. Quella mattina sentii freddo anche col pastrano e pure in testa nonostante portassi il berretto di panno blu col copri orecchie e la visiera mi si condensava uno gelo. Che brutta cosa. A casa poi seppi che i cadaveri erano rimasti esposti fino al primo pomeriggio come monito per la cittadinanza, poi fatti spostare grazie all’intervento del vescovo Ruggero Bovelli. Quando ripenso a quel cappello,sento odore di brillantina Linetti. Il suo cappello ha sempre avuto quell’odore rassicurante, di famiglia. A mia madre però, risparmiato i dettagli di quanto era successo in “piaza”».

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