La Nuova Ferrara

«Ci sono nuove opportunità per le Pmi più scattanti»

di CHRISTIAN BENNA
«Ci sono nuove opportunità per le Pmi più scattanti»

Lo storico dell’industria Giuseppe Berta: «C’è spazio anche per le piccole imprese Vince chi riesce a integrare i sistemi digitali, in questo la dimensione conta poco»

5 MINUTI DI LETTURA





CHRISTIAN BENNA. Che fine ha fatto il capitalismo italiano? Se lo chiede lo storico dell’industria Giuseppe Berta, ex direttore dell’Archivio Fiat e oggi docente in Bocconi, ponendo la domanda come titolo della sua ultima fatica letteraria edita da il Mulino e appena uscita in libreria. E la risposta, in mancanza di grandi player nazionali e di avanzate piattaforme tecnologiche tricolore, va rincorsa seguendo il passo veloce delle «gazzelle del nostro tessuto produttivo, quelle medie imprese che stanno facendo della conoscenza il proprio core business». E questa conoscenza è il principio fondante di Industria 4.0, quell’architettura tecnologica che permetterà anche alle aziende più piccole, e povere di capitali, di produrre «in modo efficiente e di collegarsi a quei nuovi padrone del vapore (digitale) che sono le «lunghe reti delle multinazionali, americane, tedesche e giapponesi».

Professor Berta, Industria 4.0 è lo slogan del momento o si tratta di una vera rivoluzione dei processi produttivi?

«Bisogna intendersi: Industria 4.0 ai giorni nostri è diventata metafora dell’innovazione e del rilancio del sistema produttivo. In Germania e in Giappone si tratta di una fase estremamente avanzata della digitalizzazione dei processi che ruotano attorno a Internet delle cose, con macchinari che dialogano e interagiscono direttamente tra di loro, migliorandosi continuamente grazie a questi feedback elaborati dalle automazioni in linea. È una fase complessa della storia industriale nella quale tante funzioni che un tempo erano svolte dall’uomo oggi sono attribuite alle macchine. Ma se parliamo del progetto di Industria 4.0 del governo siamo in tutt’altro campo».

Che ne pensa, funzionerà? «Il piano Industria 4.0 del nostro governo è una policy industriale concepita come work in progress che si fonda sul rilancio degli investimenti, l’estensione dei processi tecnologici, e la formazione continua come cambiamento organizzativo dell'impresa. Ci sono contatti tra quell’Industria 4.0 che va in scena nelle fabbriche tedesche e giapponesi e il piano di sostegno concepito dall'esecutivo italiano. Ma si tratta di due cose ben distinte. Gli incentivi predisposti dal piano nazionale, tra super e iperammortamenti, si pongono l’obiettivo di stimolare gli investimenti. Ma la trasformazione degli stabilimenti industriali in smart factories digitali è ben altra cosa. Si tratta di un processo che richiede decine d’anni. Nel quale solo poche imprese saranno in grado di coglierne l’opportunità».

L’Italia diventerà un Paese con poche fabbriche e senza operai?

«Certo non torneremo alla grande occupazione industriale di una volta. Ma laddove Industria 4.0 diventa realtà, la barra della qualità dell’occupazione si sposta verso l’alto. Del resto pensiamo che cosa è oggi una grande fabbrica in Italia: Pirelli a Settimo Torinese impiega 1.250 persone, Maserati arriva 2.500, Fca a Mirafiori non supera i 4.000 addetti. Automatizzazione e digitalizzazione agevoleranno i processi di reshoring, il ritorno in patria di alcune produzioni. Tuttavia non sarà un ritorno al passato. La parabola del manifatturiero è simile a quella dell’agricoltura. Pensiamo a quante persone del 1851 lavoravano nei campi e quante ne lavorano oggi. Gli addetti sono pochissimi, eppure la produttività agricola è aumentata. Sta succedendo lo stesso all’industria. Resta da capire se il nostro tessuto produttivo sarà stare al passo dei tempi».

Le Pmi rischiano di finire all’angolo?

«Non è detto. Certo ci sarà un’ulteriore selezione tra le “gazzelle”, quelle medie imprese ad alto tasso di crescita e pienamente internazionalizzate, e quelle che invece arrancano con vetusti modelli di business. Pensiamo alla Ares Line di Roberto Zuccato che produce sedute, in apparenza un prodotto povero che avrebbe poche possibilità di competere sul mercato globale. E invece sforna sedute intelligenti come quelle fornite all’Auditorium di Linz, dotate di tablet incorporati con sistema tv avanzati per consentire allo spettatore di vedere meglio gli ottoni, gli archi o i movimenti della bacchetta del direttore d’orchestra. Questo sistema di seduta inserisce anche un’innovazione tecnologica perché elimina la discrasia naturale tra suono e immagine. Ecco che un produttore di sedute si trasforma in un produttore di conoscenza: questa è la vera sfida di Industria 4.0. Che sarà vinta da coloro che sapranno lavorare sull’integrazione dei sistemi digitali. In questo caso la dimensione importa poco. Le altre imprese sono destinate a soccombere. Uno scenario evidente oggi: basti pensare che l’80% del valore del manifatturiero è realizzato dal 20% delle imprese. E significa che abbiamo un gruppo di imprese trainanti e altre che sono rimaste indietro».

Le parti sociali sono pronte per queste sfide?

«Non ancora. Ma dovranno attrezzarsi in fretta. Le rappresentanze sindacali, inclusa Confindustria, hanno una sfida molto importante per il futuro, soprattutto sul fronte dell'accompagnamento delle imprese verso Industria 4.0. La tecnologia ci sta portando in un mondo dove la produzione sarà personalizzata. Il modello è antico: quello artigiano di una volta. Ma l’economia è di scala e i costi di produzione, grazie alla digitalizzazione dei processi e alla stampa 3D, si riducono. Le piccole imprese diventano così competitive a livello globale».

Come si governerà il cambiamento nel mondo del lavoro?

«Credo che le parti sociali potrebbero avere un ruolo molto importante in questa trasformazione del tessuto produttivo. Il problema oggi è che manca rappresentanza per quei lavori qualificati che stanno nascendo attorno alla filiera di Industria 4.0».

Resta il fatto che i nuovi “padroni del vapore” hanno sede nella Silicon Valley. Siamo destinati a un ruolo ancillare rispetto a chi gestisce le infrastrutture di rete: dai servizi “cloud” alle piattaforme di e-commerce?

«Le nostre imprese hanno un limite che ho cercato di evidenziare nel mio ultimo libro. Già Fernand Braudel diceva che noi italiani, in mancanza di grandi capitali e di materie prime a disposizione, dobbiamo imparare a stare sul mercato. Oggi le reti lunghe delle grandi imprese sono tutte altrove. Noi però dobbiamo collegarci a queste reti, altrimenti siamo tagliati fuori. Pensiamo alla fioritura di birrifici locali che possono svilupparsi grazie alle piattaforme di e-commerce internazionali. Noi non abbiamo infrastrutture proprietarie e temo che non riusciremo a colmare il gap tecnologico. Però possiamo appoggiarci a quelle già esistenti, pur sapendo che chi tiene le fila sta in un altro continente».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google