Buffa e le Olimpiadi del ’36 «Emozioni di uno storyteller»
Sabato prossimo al Nuovo di Ferrara lo spettacolo teatrale sui giochi di Berlino Il giornalista diventa attore e viaggia nel passato: Hitler, Owens, Soon Kee Chung
C. resce l'attesa per l'arrivo di Federico Buffa al Teatro Nuovo di Ferrara nella serata di sabato 3 dicembre. Lo storyteller sportivo più famoso d'Italia si cimenterà sul palco del teatro ferrarese nei panni dell'attore, con il suo spettacolo dedicato alle affascinanti Olimpiadi di Berlino del 1936. Lo sport, è cosa ormai nota, racconta storie di uomini che scorrono nel tempo a cui seguono spesso e volentieri cambiamenti e passaggi da epoche storiche differenti. Uno di questi esempi sono proprio le controverse Olimpiadi del 1936 con le loro molteplici storie. Giochi olimpici che secondo Hitler e Goebbels dovevano essere uno dei momenti più alti per la razza ariana, ma che sono state il più alto esempio dell'uguaglianza, con i trionfi di atleti di colore come Cornelius Jonshon, Dave Albritton e Jesse Owens.
Federico Buffa, lunghe code ovunque, tanta attesa e oltre trentamila presenze nei suoi primi tre mesi di programmazione...
«Beh, direi che è una bellissima sorpresa. Tutto questo mi fa provare un piacere incredibile: è realmente una lusinga. Non so quanto potrà durare, però è davvero sorprendente».
Ferrara luogo ideale per proporre un'altra serata di grande qualità?
«Ferrara è una delle mie città italiane preferite. Quando abbiamo occasione di vederci, ne parlo spesso con una delle mie colleghe che è Federica Lodi. È un posto particolare per me, ci sono stato varie volte, in particolare a palazzo Diamanti in occasione di alcune mostre. Ferrara è un posto che mi piace e mi fa sentir bene, perché riscontro un buon equilibrio tra qualità della vita e senso di civiltà. Poi, il centro storico è particolarmente bello».
Tornando allo spettacolo. Come mai la scelta delle Olimpiadi del 1936?
«Quando mi è stato proposto di fare uno spettacolo teatrale non ho avuto dubbi. Le Olimpiadi del 1936 penso che abbiano diviso la storia dello sport, che ritengo essere una parte importante della mia vita. Quanto successo in quell’Olimpiade è stato incredibile per lo sport poiché ne ha seminato il futuro, in particolare sulla spettacolarità e sul suo uso politico e propagandistico».
A quale delle diverse storie raccontate nello spettacolo è più legato?
«Senza dubbi alla storia di Soon Kee Chung. L'atleta coreano che ha vinto la maratona da giapponese e con un altro nome perché a quei tempi la Corea era annichilita dal Giappone e durante l'inno celebrativo la sua testa era rimasta china. Oggi tutto questo sarebbe inimmaginabile. È una storia incredibile di un personaggio che ha fatto la storia del Novecento coreano».
Lo sport, ma in particolare queste storie di sport, quanto possono far riflettere, crescere e formare le nuove generazioni?
«Mi piacerebbe proprio che lo spettacolo manifesti, tra le altre cose, anche le sue velleità divulgative cercando di stimolare proprio i giovani che difficilmente a livello scolastico hanno la possibilità di approfondire queste cose che richiamano la stretta attualità vista, ad esempio, la complicata situazione che vi è dalle parti delle due Coree».
Com'è il rapporto con la sua “squadra teatrale” formata da Emiliano Russo, Paolo Frusca, Jvan Sica, Alessandro Nidi, Cecilia Graniani, Emilio Russo e Caterina Spadaro?
«Sono professionisti fondamentali. Senza di loro io non potrei fare letteralmente niente: quotidianamente mi aiutano, mi danno consigli, sono sempre garbatissimi e contribuiscono alla mia crescita».
Telecronista, commentatore, opinionista sportivo, storyteller e adesso anche narratore-attore in teatro. C'è qualcuno a cui si ispira?
«Nel televisivo la mia ispirazione è stato Philippe Daverio che su Rai Tre aveva fatto una serie meravigliosa intitolata “Passepartout”. Dal punto di vista teatrale, se c'è un esempio valido per tutti, penso che sia Marco Paolini».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
