Cala il sipario su "Il berretto a sonagli" di Pirandello
Intervista all'attore e regista Malosti che racconta come ha affrontato l'acutezza del Nobel siciliano
Ultima replica questa sera alle 21 al Teatro Comunale Abbado per il capolavoro tragicomico di Luigi Pirandello, Il berretto a sonagli. L’attore e regista Valter Malosti racconta come ha affrontato l’acutezza del Nobel siciliano, cercando di strappare allo stereotipo uno dei suoi testi più popolari e di restituire la forza eversiva originaria di quei “corpi in rivolta”, posti sotto i riflettori della società, che si rivela anche una trappola feroce. La violenza beffarda della lingua sostiene la trama, che ruota attorno a un presunto adulterio. I personaggi esagerati della storia tendono a minimizzare l’accaduto, data la carica importante che ricopre l’accusato, Ciampa, con il rischio (mai manifesto) che egli compia un omicidio nei confronti di sua moglie per salvaguardare il proprio nome.
Quanto le piace Pirandello?
«Sono cresciuto con un po’ di nausea per questo autore. Quando ho cominciato teatro, era una pratica usurata metterlo in scena, era un successo sicuro. Una volta che l’ho studiato con meno pregiudizi, però, ho riscoperto un grande».
Ha superato il timore reverenziale, tipico di noi italiani?
«Bisogna considerare la sua cifra nutriente per riuscire a rileggerlo oggi. Nel 1936 lo scriveva lui stesso a D’Amico, poco prima di morire: il teatro non è archeologia, ma è vita quotidiana».
Cosa ne pensa del panorama linguistico attuale?
«Abbiamo una penuria di autori che usano la lingua come strumento creativo. Rivolgersi a Pirandello significa tornare a una musicalità del dettato. Il senso della sua opera deve molto anche al suono».
Perché ha scelto proprio “Il berretto a sonagli”?
«Ci lavoro su da tempo. All’Università di Samarcanda, insieme alla Cescon, lo avevamo sottoposto a degli studenti che masticavano italiano. E ci sbalordì quante risate fragorose suscitò il testo originale, specie la conclusione».
Purtroppo è stato inscenato sempre in punta di forchetta…
«Pirandello non aveva più il manoscritto, perché l’aveva consegnato a Musco e Martoglio, che avevano tolto la parte in siciliano per velocizzarlo. Il vernacolo invece è stupendo e raffigura a fondo l’animo dei personaggi. Se Fana porta avanti le virtù della società, La Saracena difende istanze più forti, più innovative. Termini e contenuti fondamentali per la coralità del testo».
Non è limitante che il cast sia quasi interamente di siciliani?
«No, anzi, partendo dal testo originale abbiamo raggiunto una resa comprensibile a tutti. Abbiamo ridato corpo e linfa ai personaggi. Sino ad ora il pubblico si è goduto lo spettacolo al di là della tragedia di Ciampa, come in Moliere. Il disastro produce anche la risata».
Dal punto di vista morale è ancora moderno?
«Tantissimo, il paradigma un estremo funziona sempre. In un’epoca in cui la violenza sulle donne non sparisce, specie nel pensiero sociale. Per quanto Ciampa provi a orchestrare ogni situazione, sono la famiglia intorno e l’autorità costituita che non danno scampo a Beatrice. Dopo aver trovato il coraggio di denunciare il tradimento del marito, ne rimane schiacciata».
E sfocia nella follia.
«Ciampa le dimostra una via tragica, certo, ma pur sempre una via d’uscita. Pirandello ci insegna che la rivolta individuale non produce mai il risultato sperato».
Matteo Bianchi
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