“Il rumore del tempo” Una nuova stagione per Ravenna Festival
La rivoluzione russa raccontata attraverso l’arte Tra sinfonie, liturgie e anche un passaggio in India
“Il rumore del tempo” è il titolo della XXVIII edizione del Ravenna Festival che si svolgerà dal 25 maggio all’11 luglio; a novembre il Festival torna invece con una Trilogia d’Autunno di titoli “sull’orlo del ‘900”: “Cavalleria rusticana”, “Pagliacci” e “Tosca”. Dopo aver esplorato nel 2014 il tema della Grande Guerra, il Ravenna Festival rimanda a un altro formidabile momento storico dopo il quale il mondo non fu più lo stesso: “i dieci giorni che sconvolsero il mondo” - nelle parole del giornalista John Reed - sono quelli dell’ottobre 1917, che vide la caduta dell’Impero degli zar e l’ascesa dei bolscevichi guidati da Lenin e Trockij. Nel nostro immaginario è la Rivoluzione, una sovversione radicale animata da energie a lungo represse; troppo rapidamente, però, le speranze suscitate cedettero il passo alla disillusione del totalitarismo.
Eppure la rivoluzione fu anche un gigantesco laboratorio dove si elaborò la grammatica della modernità all’incontro tra linguaggi artistici: musica, teatro, poesia, arti figurative, cinema vissero un’irripetibile stagione di trasformazione, grazie al carisma e al genio di protagonisti quali Mosolov, Lourié, Mejerchol’d, Majakovskij, Esenin, Blok, Chlebnikov, Malevich, El Lissitzky, Goncharova, Vertov, Eisenstein. Anche artisti di generazioni successive – come Prokof’ev, Sostakovich, Achmatova, Cvetaeva, Mandel’stam, Pasternak – furono plasmati dalla Rivoluzione e talvolta vittime di quella che Osip Mandel’stam ha definito “epoca dei lupi”.
Il lacerante rapporto tra intellettuale e potere è uno dei temi del Festival, che nella vicenda di Sostakovic? Trova il caso più noto e dibattuto. Da qui il titolo di questa XXVIII edizione “Il rumore del tempo”, grazie all’omonimo romanzo di Julian Barnes, dedicato proprio al compositore che fu bollato “nemico del popolo”; non solo però: questo è anche il titolo di una raccolta di prose brevi di Mandel’stam.
Il Festival ripercorre la parabola dalla Rivoluzione Russa, dalla prima italiana dell’opera futurista “Vittoria sul sole” di Aleksej Kruchënych, con musiche di Matjusin e scene e costumi di Malevich, al concerto dedicato a Sostakovich dalla Filarmonica di San Pietroburgo – la leggendaria orchestra della Leningrado del terribile assedio durante il quale fu composta ed eroicamente eseguita la Settima Sinfonia – diretta da Yuri Temirkanov nell’appunto celebre Sinfonia n. 7 e nel concerto per pianoforte, tromba e orchestra n. 1, al piano Denis Matsuev. Con “1917”, commissione al gruppo ravennate ErosAntEros, si ridà invece voce a coloro che cantarono la Rivoluzione, ricostruendone la gioia per l’avvento di un tempo nuovo. Le musiche dal vivo sono tratte da una delle opere più amare e viscerali di Sostakovic?, il Quartetto n. 8.
La grande “anima russa” riuscì miracolosamente a preservare la proprio spiritualità pur messa a dura prova: anche questo aspetto trova eco nel programma grazie al Coro del Patriarcato di Mosca diretto da Anatolij Grindenko e a omaggi ad Andrej Tarkovski, come quello di Leonard Slatkin con l’Orchestra National de Lyon e la straordinaria violinista Anne-Sophie Mutter, per la prima volta al Festival, per l’esecuzione di “Nostalghia” di Takemitsu.
Passaggio in India
È difficile trovare una dimensione più compenetrata di spiritualità - la base della vera ricerca artistica per Tarkovskij - della musica “classica” indiana. Quasi un festival nel festival, il fine settimana del Darbar sarà una full immersion in questa tradizione, apparentemente lontana dall’estetica occidentale eppure di ammaliante bellezza, per un “passaggio in India” (ricordando il magnifico romanzo di E. M. Forster). Fondato nel 2006 da Sandeep Singh Virdee, che ne è Direttore Artistico, il Darbar Festival è il più importante festival di musica classica indiana, da quella carnatica a quella indostana, al di fuori dell’India. È stata inoltre invitata l’audace coreografa inglese di origine indiana, Shobana Jeyasingh. Tra le rivoluzioni bisogna ricordare anche quella psichedelica e hippy, datata attorno all’uscita Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.
Tra sinfonie e liturgie
Gli appuntamenti sinfonici si aprono con un altro direttore di scuola russa, Semyon Bychkov. Oltre alle già citate Filarmonica di San Pietroburgo e Orchestre National de Lyon, il Pala ospiterà l’Orchestra Nazionale della Rai, sul podio lo slovacco Juraj Valc?uha e al piano David Fray, solista nel concerto per piano di Schumann; il programma prevede inoltre la raramente eseguita Eine Alpensinfonie di Richard Strauss. Ancora una volta il Festival vanta la presenza di Riccardo Muti e della sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, coinvolti nel progetto de Le Vie dell’Amicizia, che celebra vent’anni proprio nel 2017. A misurarsi con Franz Joseph Haydn in esclusiva per il Festival saranno Ottavio Dantone e Giovanni Sollima. Celebreranno invece il genio di Arcangelo Corelli Stefano Montanari e Enrico Onofri. A San Vitale I Cantori di San Marco e I Solisti della Cappella Marciana diretti da Marco Gemmani eseguono la ricostruzione di un Vespro della Beata Vergine Assunta; nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe Elena Sartori a capo dell’Allabastrina Choir & Consort propone brani della Selva Morale e Spirituale.
La danza
Oltre alle già citate creazioni di Olivier Dubois e Shobana Jeyasingh, la programmazione di danza accoglie il prestigioso Ballet Nacional de Cuba. “La magia della danza” condensa in un unico sontuoso spettacolo tutta la ricchezza del balletto classico assimilata all’essenza nazionale cubana. Prodotto nell’ambito del progetto Ric.Ci di Marinella Guatterini, “Uccidiamo il chiaro di luna” con i danzatori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi sulle coreografie di Silvana Barbarini, l’unica danzatrice futurista, è un compendio di quanto il futurismo italiano riuscì a elaborare.
Tra fotografia e cinema: il trionfo del bianco e nero
La fortunata rassegna Musica&Cinema torna con tre appuntamenti caratterizzati da musiche live. Il primo con il capolavoro del cinema espressionista “Il gabinetto del Dottor Caligari” (1919) di R. Wiene, con live electronics di Edison Studio. Secondo episodio è rappresentato da “La passion de Jeanne d’Arc” di C. T. Dreyer (1928), musicato dall’Orlando Consort nella chiesa di San Francesco. La trilogia si conclude con uno dei più bei film di Charlie Chaplin “The Gold Rush” (1925), restaurato dalla Cineteca di Bologna. Le musiche originali sono state ricostruite da uno specialista come Timothy Brock che sarà sul podio dell’Orchestra Luigi Cherubini.
Uno sguardo a ritroso rivela come il Festival abbia dato ampia visibilità a molti dei fotografi della “Romagna Felix”: da Paolo Roversi a Guido Guidi e all’Osservatorio Fotografico. Due le proposte ospitate nel MAR, Museo d’Arte della Città: la prima è la mostra “Musiche” di Roberto Masotti e Silvia Lelli, viaggio fotografico tra i protagonisti di linguaggi musicali tra loro molto diversi, da Keith Jarrett a Arvo Pärt, da Astor Piazzolla a Claudio Abbado. La seconda è la videoinstallazione “Vuoto con memoria” di Lelli, esito di un’ininterrotta ricerca negli spazi silenziosi di quella meraviglia architettonica che è Palazzo S. Giacomo a Russi.
Trilogia d’Autunno
Lo sguardo sulle mutazioni che accompagnano il traghettare da un secolo all’altro sarà il focus della trilogia di quest’anno: composti nell’ultimo decennio del XIX secolo, “Cavalleria Rusticana” (1890), “Pagliacci” (1892), “Tosca” (1900), risentono delle nuove sensibilità che corrono per l’Europa all’alba del ‘900, quelle di un’adesione al reale nei suoi aspetti più materiali e crudi. Mente ispiratrice sarà Cristina Mazzavillani Muti, che a capo del suo ormai tradizionale e apprezzato team curerà regia, ideazione scenica e impaginazione. A dirigere Vladimir Ovodok con l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza istruito da Corrado Casati.
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