La Nuova Ferrara

«Con l’arte lavoro e scopro me stesso»

«Con l’arte lavoro e scopro me stesso»

Intervista a Emiliano Ponzi, talento tra Ferrara e New York

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Emiliano Ponzi è considerato uno dei migliori illustratori della sua generazione. L'audacia delle forme realizzate attraverso un uso giudizioso della linea e di metafore originali gli ha permesso di fare della sua vocazione la sua vita.

Quando ha scoperto la vena artistica?

«Da piccolo. Prima disegnavo per piacere e dopo il liceo sono venuto a Milano all'Istituto Europeo di Design per acquisire gli strumenti che mi servivano».

Il lavoro l'ha spinta a rinunciare a una parte di sé?

«Per fortuna la risposta è no. Lavorando con uno stile che mi identifica, la mia poetica non ne ha risentito e continua a evolvere. Il lavoro non è una deminutio, ma l'opportunità di mettere in pratica ciò che vedo intorno a me».

Quanto comunica la sua mano con la società?

«L'arte applicata non è mai fine a se stessa, ma ha sempre un pubblico di riferimento. Ciascuna tavola è una triangolazione tra me, il committente e la grande audience. Disegno spesso con i magazine e gli editori di tutto il mondo, senza trascurare la pubblicità».

Perciò il pop imperante influenza il suo tratto?

«Non lo determina, ma mi induce a delle accortezze. Un esempio pratico: mi hanno chiesto di rappresentare la serie tv Stranger Things per The New Yorker, quindi ho dovuto studiare l'ambientazione e i particolari di scena per restituire quello che era la "temperatura" sullo schermo».

Si sente più illustratore o più artista?

«Non so dove sia il confine tra i due. L'artista magari lavora per una galleria, mentre l'illustratore ha un fine che precede la manifestazione tout court della propria personalità. Quello che l'artista può permettersi è di non farsi capire. Si tratta sempre di un compromesso».

Qualche ora della sua giornata è rimasta bohémien?

«Tutt'altro, è molto disciplinata. Mi sveglio presto e con le prime luci sono già in studio per rispettare le scadenze. La routine aiuta a non perdersi nelle troppe idee che scaturiscono senza riuscire a portarle a termine».

L'arte necessita di tempo e cura.

«La materia viva e incandescente puoi controllarla solo se la conosci a fondo. Si riduce progressivamente la distanza tra l'idea in testa e quello che produci, come lo scalpello su un blocco di marmo finché non raggiunge l'aspetto che ti convince».

Chi ammira tra i contemporanei?

«Mi coinvolge Kerry James Marshall, è un pittore di origini africane che fa quadri solo con soggetti di colore. Di recente ho riscoperto anche Ed Ruscha, mi piace l'approccio sintetico alle forme che parte dalla fotografia. La serie delle pompe di benzina non ha paragoni».

Adesso a cosa si sta dedicando?

«Ho appena concluso una copertina per un libro Feltrinelli, Il grande, una raccolta di poesie di Charles Bukowski. Ho seguito tutta la serie. In più sto lavorando a un volume educativo per il Moma su Massimo Vignelli, un famoso graphic designer che ha disegnato alcuni marchi passati alla storia, come Ford o American Airlines».

A forza di raffigurarlo, quel maledetto di Bukowski l'ha conquistata?

«Mi prendeva da ragazzo per il gusto antisociale che diffonde. Non riesco a leggere tutti i libri che illustro, non ne avrei il tempo. Per Bukowski ho creato un fil rouge in cui la copertina diventa una sorta di palcoscenico e lui ne è il protagonista. Sono immagini di sesso e abuso di alcool, tra l'erotico e l'osceno, ma mi fermo sempre un attimo prima».

Perché ha dei limiti da rispettare…

«Non posso essere troppo esplicito. Il limite è il bello nel mio lavoro: l'impossibilità di mostrare qualcosa ti costringe ogni volta a cercare soluzioni alternative».

Spostarsi spesso è fonte di ispirazione?

«Vivo tra Milano e New York. Oltreoceano ho trovato il terreno fertile per conoscere una parte di me che fino a quel momento ignoravo».

Ma dodici milioni di abitanti pesano più di centoquarantamila.

«Trascorro tre mesi all'anno a New York. È una realtà immensa e stimolante, ma anche stancante per via degli spostamenti, della quantità di gente e delle continue novità».

Le manca la calma ferrarese?

«In realtà no, non rimpiango gli anni vissuti qui, anche se lo considero il luogo ideale dove crescere. Uno spazio più grande permette una scelta maggiore: puoi vivere una situazione più raccolta o proiettarti verso l'esterno, a seconda di come ti senti».

Matteo Bianchi

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