«Ho portato i miei pupi nei cinque continenti e sono ancora attuali»
Mimmo Cuticchio racconta l’antica arte delle marionette «Nella mia associazione i lavoratori hanno gli stessi diritti»
di FABIO ZIOSI
L’altra sera, particolarmente nebbiosa con il Castello che emergeva a fatica dal fossato, si sono incontrati in città Ludovico Ariosto e Mimmo Cuticchio. Le gesta e le invenzioni mirabolanti del poema scritto cinquecento anni fa tra le mura estensi si sono mescolate con la parola, i ritmi, la danza del grande puparo siciliano, sulle tavole del Teatro Comunale dove è andata in scena una duplice rappresentazione di “La pazzia di Orlando”. La compagnia Figli d’arte Cuticchio ha presentato il lavoro alla mattina davanti a seicento studenti e alla sera al pubblico della stagione di prosa. Incontriamo Cuticchio tra i due spettacoli nel camerino del teatro: barba bianca, capelli lunghi, disponibilissimo nel raccontare il suo lavoro e il suo teatro.
È riuscito subito a stregare i tanti giovani?
«È stata una bella rappresentazione, si sono dimostrati molto attenti e alla conclusione non la finivano più con le domande».
C’è differenza quando si rappresenta davanti a pubblici così diversi?
«No, si codificano solamente i tempi, una volta uno spettacolo poteva durare anche due o tre ore, oggi spetta a me dosare ma anche cambiare le battute a seconda di come risponde il pubblico, se farlo più comico o più drammatico, senza naturalmente stravolgere lo spettacolo. La scelta viene fatta al momento in base alla situazione che si crea col pubblico».
Cambia il linguaggio a seconda di dove si trova a rappresentarlo?
«No, il cunto si fa in siciliano anche se ho italianizzato alcune espressioni, magari rallento la mia cantilena per farmi meglio capire. Quando faccio il cunto è come se andassi in apnea. Ma se faccio ironia ridono magari più a Milano che in Sicilia. Giochi e metafore funzionano in tutto il mondo. La sorpresa è per tutti: per i ragazzi di Ferrara e per quelli di Palermo è la stessa cosa».
È strano che in quest’anno dedicato ai 500 anni dell’Orlando Furioso la storia venga raccontata dalla Sicilia.
«Nel mondo c’è sempre un punto di arrivo e uno di partenza. Il cunto parla di Orlando e in Sicilia ci sono consentite cose più antiche, un secolo durava cento anni, oggi nel mondo non è più così. Da qui parte il mio lavoro sulla tradizione. Perciò questo straniero è arrivato da Ariosto a Cuticchio. A Ferrara ci sono i palazzi, i monumenti, ma il legno che continua a bruciare è in Sicilia».
Una tradizione centenaria.
«In Sicilia c’erano le famiglie Greco e i Cuticchio a lavorare con i pupi. Noi da tre generazioni facciamo questo lavoro. Gaetano Greco fu il primo, poi suo figlio Achille. Mio padre fu allievo di Achille e io ho iniziato da girovago (allora si faceva così), mio padre ebbe sette figli nati in cinque posti diversi. Mio figlio è accanto a me. Mia moglie Elisa cura tutta la parte amministrativa. Ci sono stati dei momenti difficili e quando gli altri chiudevano noi abbiamo aperto. A lavorare c’era tutta la famiglia ognuno con un suo compito preciso, per questo nel 1977 ho creato l’associazione Figli d’arte Cuticchio dove sono tutti lavoratori con gli stessi diritti e si prefigge di salvaguardare l’arte dell’Opera dei pupi».
La rappresentazione segue un rituale antico? L’oprante muove i pupi e recita mentre i manianti animano i pupi?
«Si, per tradizione è uno solo a fare tutte le voci. Questi ha il compito di presentare il carattere attraverso la parola. È un rituale antico vicino anche al teatro greco, perché il pupo è una maschera, la faccia non si muove e prende vita dalle parole».
Lei ha portato i pupi in tutto il mondo; hanno ancora una loro attualità?
«Credo proprio di si. A partire anche da un racconto come quello di Orlando Furioso. Racconti di lotte, di amori e di guerre. Di metafore ne faccio ancora in tutti e cinque i continenti e i pupi non hanno mai avuto problemi di passaporto e di lingua».
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