«Così sono sfuggito alla fucilazione e al lager»
Il ricordo di Debenedetti scampato all’eccidio del muretto del Castello e al rastrellamento per il campo di concentramento di Fossoli
Castello, la sua testimonianza ha concluso il convegno “Gli ebrei italiani e il sionismo”, raccontando la fuga con la famiglia, l’esperienza che ripeterà stamani, alle 9, di fronte ai ragazzi del liceo scientifico “Roiti”.
Com’è tornare a Ferrara?
«Rivederla è sempre commovente, d’altronde il suo fascino è rimasto invariato. Fu uno dei luoghi più colpiti dalle leggi razziali, perché dall’oggi al domani licenziarono un’intera classe dirigente, compresi i presidi dei due licei. Qui gli ebrei erano più inseriti nella società e più riconosciuti».
Lei è nato in via de’ Romei. Cos’ha conservato della sua famiglia?
«Senza dubbio la sua pluralità. Mio nonno era un antifascista convinto che imparava i suoi versi a memoria contro Mussolini, ma senza poterli scrivere, perché mia nonna non glielo permetteva. Lei era la sentinella della tradizione. Mia mamma era fascista dalla prima ora, perché diceva che avrebbero portato l’ordine. Mio padre era ufficiale di carriera, seppure non riuscisse a sopportare l’arroganza delle Camice Nere».
Dal ’38 cambiò tutto.
«Nella scuola ebraica di via Vignatagliata hanno concentrato le classi di ogni età. Nella mia eravamo in due. Neanche durante gli esami annuali del Ginnasio potevamo entrare in contatto con gli ariani. Hanno cementato così la nostra generazione, preparandoci al dopoguerra. È stato comunque uno dei periodi più felici della mia giovinezza».
Sebbene l’Europa fosse in fiamme?
«Bombardamenti e omicidi restavano fuori… eravamo come dentro una bolla in cui dedicarci solo allo studio. Scoprivamo sui libri un mondo pieno di sfumature eccitanti».
Ricorda qualcosa dell’8 settembre 1943?
«Il presidente della Comunità ebraica comunicò al provveditore che la scuola non sarebbe stata aperta, siccome gli ebrei erano stati sfollati. Non sapevamo cosa ci sarebbe aspettato. Il treno con i deportati per Roma, il 16 ottobre, è passato per questa stazione e si è fermato un paio d’ore. Le notizie ci arrivarono proprio dalle voci sui vagoni».
C’erano vie di scampo?
«Avevamo tre possibilità: fuggire in Svizzera, superare il fronte verso gli angloamericani o nasconderci in città. La preoccupazione era perdere tutto, affetti e averi, la casa di una vita. Il 15 novembre del ’43 saremmo dovuti partire per Faenza, per raggiungere un notaio amico di papà».
Ma quella notte fu interminabile.
«Fummo arrestati da due carabinieri. Radunarono ebrei e antifascisti dentro una sala sul retro del Palazzo delle Poste. Ricordo tra noi Alda Costa. Intorno alle 4 del mattino dissero di lasciarne andare qualcuno, invece li fucilarono contro il muretto del Castello».
E gli altri?
«Qualche ora dopo siamo finiti su un furgone. Ad annunciarlo fu il gelataio Gigetto, che gridò dal fondo del mezzo: “Siamo in via Piangipane”, e capimmo la meta fosse la prigione. Rimasi là per due mesi». Quando riusciste a fuggire?
«Per fortuna il 28 gennaio gli inglesi bombardarono, colpendo per errore il portone delle carceri e generando un fuggi fuggi generale. Siamo partiti per Faenza il 30, appena quattro giorni prima della fine. Infatti il 3 febbraio gli ebrei furono convocati al Tempio, poi spostati a Fossoli e da lì deportati nei campi di concentramento».
A guerra finita il rientro è stato duro?
«Abbiamo trovato la casa svuotata. Strapparono persino i cavi della luce, lampadine comprese. In compenso, ci hanno lasciato una porta di gabinetto di terza classe e un divano a righe bianche e nere di seconda. Decisi di iscrivermi alla Facoltà di Chimica, la prima occasione in cui ebbi amici non ebrei».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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