«Sono tornato a vedere la mia cella»
Debenedetti ieri in visita all’ex carcere, dove ora sta sorgendo il Meis
È sempre ricco di ricordi il ritorno a Ferrara di Israel Corrado Debenedetti, ebreo ferrarese, classe 1927. Già ieri al convegno sul tema “Gli ebrei italiani e il sionismo: tra ricerca storica e testimonianze”, promosso dal Meis nella Sala dei Comuni del Castello Estense di Ferrara, con i toni appassionati e ironici di chi ha vissuto sulla propria pelle, traendone un'energia speciale, alcune delle pagine più dolorose della nostra storia recente, Debenedetti ha raccontato la sua vicenda di ebreo sedicenne perseguitato, poi incarcerato (nel novembre del 1943), quindi in fuga in Romagna con la famiglia sotto falso nome, fino alla liberazione e alla scelta di trasferirsi in un kibbuz, in Israele. E questa mattina, per la prima volta dopo oltre settant'anni, Israel Corrado ha potuto rimettere piede nella cella in cui per due mesi fu recluso, nelle ex carceri di Via Piangipane, a Ferrara, dove ora sta sorgendo il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah.
«Mi emoziona molto tornare qui, anche se tante cose sono cambiate». Nonostante i quasi novant'anni, Debenedetti si inerpica con grande slancio sulle scalette del cantiere, mosso dal desiderio di riappropriarsi finalmente di una parte del suo passato, di riconoscere i luoghi della reclusione. E quando arriva al secondo piano del blocco C, li ritrova: "Qui nel sottotetto c'erano i cameroni, in cui eravamo chiusi a gruppi di quindici, con un bugliolo per i nostri bisogni. Mentre di là - indica la parete verso Rampari di San Paolo - c'era l'unico vero bagno disponibile, dove potevamo andare solo se c'era una guardia ad accompagnarci. Era da lì che comunicavamo con i parenti e gli amici all'esterno, che ci aspettavano appostati sulle Mura».
«Tre volte a notte - si riaffacciano nitidi i ricordi di Debenedetti - i nostri carcerieri battevano le inferriate, per controllare che non le avessimo segate per scappare. Ma non erano tutti cattivi: Ferrandino, ad esempio, che era di Napoli, apriva lo spioncino della nostra cella e intonava canzoni napoletane per tirarci su di morale». Nei cameroni dove Debenedetti si rivede ragazzino sorgeranno aule didattiche e sale convegni del Meis.
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