Quando le barbabietole erano l’oro del Ferrarese
L’epoca degli zuccherifici ha segnato l’economia di tutta la provincia Ora di quelle fabbriche di trasformazione rimangono soltanto i ricordi
di GIUSEPPE MURONI
Un viaggio attraverso la cultura visiva del Novecento ferrarese ci aiuterebbe a capire l’importanza che lo zucchero ha avuto nella vita di una comunità per diverse generazioni. È una storia complessa quella degli zuccherifici: frammentaria, mai lineare, che procede per interruzioni, salti temporali, normative, scioperi, amori nati e interrotti, incidenti sul lavoro, caldi umidi, attese infinite all’afa, scherzi, puzze, malinconia. Sulla via del ricordo si trova di tutto. La cultura visiva diventa immaginazione, ricordo, sospensione del tempo, racconto atavico, narrazione inconscia. Ogni ferrarese ha un’immagine personale dello zuccherificio, spesso intima, privata, un’immagine stampata nella memoria che va a disarcionare anche i ricordi più saldi. “Eridania Zuccherifici Nazionali - Genova/ Zuccherificio di Codigoro” è la scritta color pastello che ritroviamo sulla parete frontale dell’impianto di Codigoro, il primo della provincia. Le lettere sopravvivono all’abbandono, alle intemperie e riescono ancora a comunicare qualcosa. Ci dicono che si è chiuso quasi definitivamente quello che Aris Accornero ha definito “Il secolo del lavoro”.
Di quel secolo, di quell’era dello zucchero, non è rimasto più niente, eroso piano piano, granello dopo granello. Rimangono le vestigia del tempo perduto, qualche struttura fatiscente qua e là, poche testimonianze orali registrate o scritte a mano. Un immenso patrimonio di storia orale che aspetta di essere strappato al regno dell’oblio. Quelle lettere sbiadite ci ricollegano, però, improvvisamente all’attualità. È di pochi mesi fa la notizia che Eridania, lo storico zuccherificio genovese fondato nel 1899, è diventa interamente francese. Il gruppo Maccaferri, che controllava Eridania Sadam, ha deciso di vendere la propria quota alla transalpina Cristal Union. Una mossa prevedibile in vista del prossimo anno. Il 2017, difatti, sarà un anno importante per l’agonizzante industria saccarifera italiana: verranno abolite le quote di produzione nazionali a disposizione di ogni Paese europeo. In altre parole è prevista la liberalizzazione del mercato dello zucchero, sarà una lotta senza esclusione di colpi all’interno dell'Unione e non. Potremmo già stabilire chi la farà da padrone dal momento che i giganti tedeschi, inglesi, olandesi e francesi raggiungono il 67% della produzione continentale.
E l’Italia? È la frontiera da conquistare, il territorio da invadere, iniziando dai surplus di produzione già pronti nei depositi esteri. L’industria saccarifera italiana, del resto, è sempre stata soggetta ai diktat normativi e alle logiche di mercato europeo prima globale poi, iniziando dalla cosiddetta Convenzione di Bruxelles del 1902: il primo tentativo importante di regolamentazione della produzione saccarifera. A fine Ottocento alcuni Stati europei, che da poco erano riusciti a coprire il fabbisogno interno, tentarono, grazie ad incentivi pubblici, di vendere parte del prodotto sul mercato internazionale. Austria-Ungheria, Belgio, Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia e Italia si accordarono per ridurre le forme di protezione e di sostegno diretto, puntando sull’espansione dei consumi. L’accordo di Bruxelles, invece, diede all’Italia la possibilità di mantenere un regime doganale protettivo, i produttori nazionali potevano così controllare il mercato interno; la contropartita, però, fu la rinuncia di esportazione dello zucchero del Bel Paese. La Convenzione ci offrì la possibilità di far crescere un settore che ad inizio Novecento stava muovendo i suoi primi passi. Se nel 1898 esistevano solo cinque fabbriche (Rieti, Savigliano, Legnago, Senigallia e Sarmato), nel 1899 se ne potevano contare 13, e nel 1902 si arrivò a 33, per metà dislocate nella Bassa padana. Questo momento rappresenta la preistoria del comparto saccarifero italiano. Per Ferrara significò la prima vera industrializzazione del territorio: si entrava tardivamente nell'era delle ciminiere. Lo si deve principalmente a capitali e personalità provenienti da fuori provincia, in primis Adriano Aducco, titolare dal 1894 della cattedra ambulante di agricoltura di Ferrara e direttore del comizio agrario, che iniziò a sperimentare la coltivazione della radice, dopo una martellante campagna informativa avuta luogo sulla stampa locale.
I campi sperimentali passarono dai 16 del 1896 ai 30 del ’97 ai 43 del 1898, i capitalisti osservavano dietro l'angolo e nel 1899 venne costruito a Codigoro il primo zuccherificio Eridania. Nello stesso anno toccò alla città, con due stabilimenti a Pontelagoscuro, ben collegati dal punto di vista infrastrutturale. Per la nuova coltivazione tirava il vento in poppa: Aducco promosse, poco distante dalle mura e dalla stazione ferroviaria cittadina, lo Zuccherificio Agricolo Ferrarese, che entrò in funzione nell’agosto del 1900, oggi restaurato ospita il polo scientifico-tecnologico dell'Università. Tutte le premesse per un'incredibile età dell'oro erano gettate e in parte lo fu. Accanto ai primi stabilimenti che producevano principalmente zucchero grezzo furono affiancate fabbriche di raffinazione. A poco a poco vennero erette ciminiere, stabilimenti, vennero implementate le strutture viarie, nacquero nuove professionalità e il bracciantato agricolo entrò in contatto per la prima volta con gli ingranaggi meccanici e i ritmi della fabbrica. Nel 1912 sorse a Bondeno lo stabilimento della Società Saccarifera Lombarda, nel 1924 entrarono in funzione gli zuccherifici di Jolanda di Savoia, di Migliarino e di San Biagio d’Argenta, nel 1938 quello di Tresigallo, nel 1952 quello di Comacchio, nel 1955 fu la volta di Portomaggiore e nel ’60 di Ostellato, senza dimenticare quello già attivo di Migliaro. Ferrara e provincia erano il regno dello zucchero, un brulicante formicaio di manodopera si muoveva da est a ovest del territorio estense; inoltre bisogna ricordare il respiro occupazionale dato dall'importante indotto collegato alla manipolazione della barbabietola. Dalla semina ai lavori preparatori, dal diradamento alla sarchiatura all’iter della lavorazione che avveniva all’interno dello zuccherificio. L’agricoltura entrava nella fabbrica, diversi settori si compenetravano per scoprire una nuova economia. Ma non fu solo una novità agro-industriale, economica o agricola.
Gli zuccherifici cambiarono il paesaggio della pianura, i ritmi di vita dei paesi rurali, i suoni e gli odori di migliaia di persone. Fu un cambiamento antropologico, socio-economico. Una questione di poetica dell’attesa. Si aspettava l’estate per andare a “far la campagna” e in estate ci si attendeva di entrare in contatto con determinati sapori che diventavano presto memoria. Il ricordo di quando la città si riempiva dell'odore dolciastro delle barbabietole sul finire dell’estate o il fischio delle sirene che dettavano gli intervalli temporali della vita di provincia fa parte del recente passato. Il paesaggio iniziò ad avere un suo Dna, un suo scheletro grazie anche alle interconnessioni viarie Po di Volano - ferrovia: molti edifici nacquero non lontano dal fiume, le migliaia di quintali di barbabietole giungevano agli stabilimenti attraverso i barconi deputati al trasporto. Poi qualcosa cambiò. Contingenze storiche, cambiamenti economici, scelte locali e sovranazionali fecero pian piano arenare il settore; a partire dagli anni ’70 iniziò a chiudersi il sipario su una storia fulminante dell'economia italiana. Se a metà anni ’60 venne raggiunto il numero massimo di zuccherifici in attività, 78 nell'intero Paese, nel 1992-93 gli stabilimenti si erano ridotti a 25, 19 nel 2005, 4 nel 2009. Oggi in tutta Italia sono rimasti aperti gli zuccherifici di Minerbio e di Pontelongo della cooperativa Coprobi. Restano gli scheletri della storia, i luoghi abbandonati, i silenzi dove regnava il rumore. L’archeologia industriale va a braccetto con l'archeologia sentimentale in questa immensa pianura Padana di confine. L’eredità di quel Novecento lontano non trova traccia nelle politiche culturali di oggi e si resta in attesa che possa essere ricostruita una narrazione sul nostro passato.
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