La Nuova Ferrara

«Un lavoro massacrante ma era l’America»

Fisico di formazione e professione, Andrea Merlan conosce molto bene la realtà dello zuccherificio. Ha trascorso, da giovane, diversi anni in giro per gli zuccherifici d'Italia e della zona. Qual è...

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Fisico di formazione e professione, Andrea Merlan conosce molto bene la realtà dello zuccherificio. Ha trascorso, da giovane, diversi anni in giro per gli zuccherifici d'Italia e della zona.

Qual è stato il suo primo passo nel mondo degli zuccherifici?

«Ricordo bene quella sera dell’8 agosto 1970. Era il giorno del mio compleanno, ed io neodiplomato cominciavo il turno di notte in distilleria a Tresigallo. Così in paese veniva chiamato lo zuccherificio, perché nella torretta inserita nel corpo centrale della fabbrica si produceva l’alcool. Io entravo con la qualifica di meccanico/oliatore e avevo il compito di oliare/ingrassare tutti gli organi dei macchinari in movimento. Quella notte andai, non senza paura, fino in cima alla torretta della distilleria per oliare una pompa. Bellissimo fu lo scenario in quella calda notte d’estate: Tresigallo silenzioso dormiva tra le poche luci accese. Ero sull’edificio più alto del paese e con la mente di ragazzo pensai di essere a New-York».

Dopo Tresigallo ci fu Codioro, com’era la fabbrica?

«In alcuni reparti il lavoro era veramente massacrante. Ad esempio alla “diffusione manuale” oltre alla necessaria forza muscolare c’era un ritmo infernale, alla “massa cotta” si superavano i 50 gradi, in “magazzino zucchero” i facchini movimentavano a spalla sacchi di 50 chili per ore. A quell’epoca giravano soprattutto carretti e trattori, erano pochi i camion. Vedevi al mattino alle 6, quando si entrava, tanti carretti e trattori che consegnavano le bietole: entravano nel piazzale di scarico e svuotavano il loro carico. Le bietole, poi, venivano a mano a mano portate nello stabilimento vero e proprio per la lavorazione. Era una fabbrica di primi Novecento, di tipo meccanico, elettro-meccanico ma con una grande percentuale di lavoro umano, le maestranze erano tante».

E all’interno?

«La struttura era gerarchica: il direttore, i capi fabbrica, i capi reparto, i maestri d’opera, tanti operai e tanti ragazzi come me che andavano a fare la campagna saccarifera per mantenersi gli studi. C’erano artigiani, disoccupati, gente che durante l’anno lavoricchiava. Il laboratorio analisi e tare era in fondo al piazzale. Quando al mattino entravi attraversavi tutto il piazzale. Io arrivavo insieme ad amici, mi sembrava grande allora, ci portavano i sacchi di bietole che rappresentavano i campioni dei camion che erano stati scaricati».

In che periodo iniziava la “campagna” in zuccherificio? Che ricordi ha?

«Il periodo della campagna va dai primi di agosto fino a metà ottobre circa. Le maestranze erano suddivise in fissi e avventizi, cioè i lavoratori stagionali. In molti lavoravano, c’era un clima di euforia. L’apertura dello zuccherificio era scandita dal “sciflòn”, ovvero la sirena che dava avvio all’inizio del turno. I turni erano tre: dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 6, la fabbrica non si fermava mai! I lavoratori dovevano entrare un quarto d’ora prima e marcare la cartolina. Il paese era scandito dal rumore di questi segnali e da un altro richiamo molto significativo, quello del forno calce. Il rumore dei sassi che si muovevano e rotolavano si sentiva anche di notte in paese. Rimbombava. Il clima era dato dalle luci che c’erano, il paese era illuminato, di notte girava molta più gente di quella che gira adesso. Mi è rimasto impresso nella mente il profumo denso di polpe esauste e di zucchero bruciato, la coda dei carri in attesa di entrare dai cancelli per scaricare le bietole raccolte nelle campagne circostanti, il canalino della distilleria dove si faceva il bagno che cambiava la limpidezza delle sue acque e i pesci boccheggiavano».

Gli zuccherifici della Bassa forse erano un tutt’uno col territorio circostante. Cosa ne pens?

«Mi ha sempre colpito quello di Jolanda di Savoia, che era nella bonifica. Arrivavi nel silenzio della campagna d’estate e vedevi queste distese di camion, carretti, tutti in fila lungo la strada che aspettavano di entrare con la gente che si arrangiava a mangiare, dormire, bivaccare in tutte le manieri possibili in attesa di scaricare il suo prodotto. Il clima era di un territorio vivo che non c'è più. Tutte le volte che passo da Codigoro, da Jolanda, da Contarina, da Molinella ecc. - li ho fatti tutti eh- io risento i rumori, vedo i carri, sento la puzza, vedo lo sporco, vedo i piazzali che strabordano di bietole. Ci ho passato notti. A vedere questi deserti ora mi piange il cuore».

Giuseppe Muroni

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