La Nuova Ferrara

«Vi racconto il Rinascimento sopra le righe»

«Vi racconto il Rinascimento sopra le righe»

Andrea Biscaro presenta “Il cuoco dell’inferno” «Amo Ferrara ma vivo al Giglio, mi sento un’isola»

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Torna a pubblicare Andrea Biscaro, che qualche anno fa aveva fatto parlare di sé con “Nerone. Il fuoco di Roma”, edito da Castelvecchi e presentato in città da Gianna Vancini. Il nuovo romanzo, però, è un omaggio totale alla sua Ferrara, alla perfezione dell’Addizione Erculea di Rossetti, alla lungimiranza di Ercole I d’Este. Il Rinascimento divampa ne “Il cuoco dell’inferno” (ed. Meridiano Zero, 2016), da poco in tutte le librerie. Non a caso, il libro è dedicato proprio alla Vancini, amica e custode della nostra memoria letteraria, ma anche al nonno, “che sapeva raccontare”, e alla nonna, “che sapeva cucinare”.

Il momento aureo della Corte Estense diventa lo scenario su cui fantasticare e se nel cinquecentenario della prima edizione dell’Orlando furioso sì è cercato di immaginare cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi, così Biscaro si tuffa a piedi pari in un universo lontano e accompagna il lettore in giro per vicoli e palazzi.

Finalmente qualcuno che riscrive una leggenda. Perché ha scelto proprio la gemma sulla facciata di Palazzo dei Diamanti?

«È una storia affascinante, piena di misteri e sottintesi. Inoltre amo la verità sottesa a ogni leggenda. Folklore e credenze popolari da sempre sono un ottimo motore per far partire un buon romanzo».

Il libro è stato definito un “trip allucinogeno”: cosa succede nel suo Rinascimento?

«Ho affrontato la narrazione con un approccio nuovo. Si tratta di un romanzo storico anomalo: ucronico, esoterico, persino gastronomico. Il mio Rinascimento assomiglia alla mia scrittura. È sopra le righe, eccessiva, piena di trabocchetti, mai rassicurante. Si tratta di un Rinascimento invitante quanto torbido, luminoso quanto oscuro, paradisiaco quanto infernale. Credo che la realtà sia piena di varchi, di porte nascoste, di accessi remoti a versioni alternative. Il mio Rinascimento è un cancello che lascia intravedere i bagliori di un altro quando».

E a Ludovico Ariosto che sorte ha riservato?

«Si ritrova sbalzato di colpo in un passato remoto. Un tempo perduto in cui Ferrara era soltanto un’idea, una landa desolata di acquitrini e stagni stregati. Il nostro poeta si perde in questa nebbiosa palude insieme a un demoniaco traghettatore, tanto simile a quello cantato dal suo collega toscano».

Quando ha scoperto la passione per l’arte culinaria?

«Amo da sempre le combinazioni infinite che offre la cucina. E amo cucinare, sperimentare ricette. Il gusto, i colori dei cibi, gli aromi, gli effluvi, i sapori, le tavole imbandite, le sensazioni che derivano da un pasto curato, sono elementi che non mancano mai in un mio romanzo. Questa volta sono riuscito persino a farli diventare protagonisti di una storia».

In che senso?

«Abbiamo un trascorso gastronomico glorioso da riscoprire. Tra le pagine offro la possibilità di rileggere molte ricette originali del celebre Scalco di corte, ovvero Cristoforo da Messisbugo. Ricette scritte in una lingua italiana meravigliosa, ricca e visiva. Gustosa già sulla carta».

Oggi vive e scrive sull’isola del Giglio. Si è stancato di Ferrara?

«L'isola mi dà quello che la città probabilmente può darmi solo in parte. Io stesso mi sento tale nel mare dell'esistenza e da artista cerco l’anima selvaggia delle cose. Dall’isola riesco a scorgere più nitida la mia origine e, di conseguenza, il mio scopo».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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