Capodanno russo con le doglie da abbuffata di bliny
di DIEGO MARANI E così andiamo a San Pietroburgo per una breve gita tra Natale e Capodanno. Io, mia moglie e mio figlio che è di bocca buona e almeno per qualche giorno viene ancora in vacanza con...
di DIEGO MARANI
E così andiamo a San Pietroburgo per una breve gita tra Natale e Capodanno. Io, mia moglie e mio figlio che è di bocca buona e almeno per qualche giorno viene ancora in vacanza con noi. Solo perché la sua ragazza andava dai parenti e allora, parenti per parenti, preferisce ancora i suoi. Naturalmente per l'occasione mi sono letto almeno tre libri sulla Russia e ne ho ordinati su internet altri cinque o sei che arriveranno quando sarò già tornato. Fra cui uno sulle icone che mi premeva molto. Pazienza, leggerò dopo. Tanto questa attrazione per la Russia mi gira in testa da sempre e ogni tanto lo riprendo il filo di una frequentazione slava, cominciata sulla frontiera orientale italiana 38 anni fa.
Adesso sono dentro fino al collo nella lettura di Una storia comune di Gonciarov, uno di quei libri che non invecchiano mai. È scritto così bene e prende a tal punto che a leggere i dialoghi viene voglia di intervenire. Ma la mia Bibbia di questi giorni è stato Il ballo di Natasa di Arturo Figes, un libro sull'anima russa. Tutto parte da San Pietroburgo, dalla sua storia, come fu costruita, perché proprio lì in mezzo a una palude ghiacciata. E questi russi, mezzi asiatici, stranamente cristiani e in fondo ancora pagani. Qui c'è tutto, lo sciamanesimo, l'ortodossia, Bisanzio, la Persia e quella scia di popoli del tappeto, i nomadi turcofoni che vanno dalla Cina fino al Mar Egeo. A vedere tutta questa distesa di terra sulle mappe dei miei libri viene lo scoramento. Come si fa a visitare tutto? Come si fa a capire tutto? Per commensurare una distanza ho una mia unità di misura personale: il tragitto Tresigallo-Porto Garibaldi. L'ho fatto in bicicletta quando avevo 13 anni ed è per me ancora oggi la misura di ogni viaggio. Allora fu per me la casa del diavolo della lontananza. Non si arrivava mai. Mi fa ancora male dietro a pensarci. Sulla carta d'Europa che ho in ufficio è un tragitto largo come il mio mignolo. Da Tresigallo a San Pietroburgo ci vogliono 187 mignoli. Sai le vesciche... A San Pietroburgo ci sono stato ancora, ma ci arrivavo dalla Finlandia. In corriera. Ed era più di vent'anni fa.
Si chiamava ancora Leningrado. Ricordo un vecchio pannello in un museo della città, che raffigurava una grande mappa murale con descritta l'invasione nazista venuta dalla Finlandia nel 1942, proprio la direzione da dove arrivavo io. Tre frecce nere si scagliavano sulla città martire con sopra scritto: tedeschi, nazisti e fascisti. "Come? - ricordo che mi chiesi - C'eravamo anche noi? Fino lì?" Sempre a farci notare all'estero... Sì, c'eravamo eccome, con i nostri incursori sul lago Ladoga ad aiutare i finlandesi che si conquistavano la Carelia, approfittando del fatto che i russi dovevano difendersi dai tedeschi. Ce ne sono ancora grati, loro, i finlandesi. Tutta la vicenda la racconta bene Curzio Malaparte in Kaputt. Gli scalcagnati doganieri russi alla frontiera finlandese avevano guardato noi come dei pezzenti. Poi non si capacitavano di cosa ci facesse un italiano in mezzo a dei finlandesi. Per loro i finlandesi sono degli zotici, dei selvaggi venuti dalla tundra. Per i finlandesi invece i russi sono i nemici più feroci, quelli che tante volte hanno tentato di conquistarli. I miei colleghi finlandesi mi prendevano in giro in ufficio prima della partenza: "Così vai a dare dei soldi a quei mafiosi dei russi!", dicevano scherzando, ma non troppo.
Per arrivare a San Pietroburgo devo fare scalo a Francoforte. Frontiera Schengen, al controllo tutte facce asiatiche, al bar prima dell'imbarco tutti parlano russo. Anche i camerieri. E così arriva subito la grande questione: tedeschi e russi, una storia di lotta e antagonismo che va avanti da secoli. Mezza Germania porta toponimi slavi, perfino Berlino, perfino il Brandeburgo che significa una difesa di alberi e Lipsia che viene dalla parola slava per tiglio, o Lubecca che porta la radice della parola slava per amabile, gradevole. Berlino è la città tedesca meno tedesca che c'è. Tutto sfuma quando si va verso le frontiere e piano, piano diventa altro. Gli slavi arrivarono in Europa come una marea e si riversarono pacificamente in terre ancora mezze vuote. Giunsero fino alle prime propaggini della pianura veneta e anche nei nostri dialetti ci sono tracce di radici slave.
Il nostro "còragh", quello che usiamo per tenerci i pulcini appena nati, in sloveno si chiama "krug". Ma qui a Francoforte siamo proprio in Germania, la Germania tutta tedesca delle banche. Cominciamo a imbarcare. Il lettore a barre del cancello non legge la carta d'imbarco di un passeggero. La coda si blocca. Lo steward tedesco non va ad aiutare, no. All'altoparlante avverte minaccioso "Prego non bloccare l'ingresso!" Il russo inveisce agitando il biglietto, la fila dietro di lui manda un coro di "vanculovo" allo steward che alla fine accorre, scuotendo la testa. "Questi russi... - penserà - non hanno imparato niente..." E così penserà anche il russo con la carta d'imbarco difettosa. "Gratta sotto un russo e ci trovi un tartaro", ha scritto qualcuno e a vederli i miei compagni di viaggio c'è da credere di sì. Ma nella grande mappa dell'Asia lo si vede bene che è inevitabile. I russi l'Asia se la sono conquistata tutta perché non ne potevano più di invasioni. Non potendoli fermare, i tartari se li sono ingoiati nel loro grande impero.
L'epopea del Far West è una cavalcata rispetto alla conquista russa del suo oriente. Hanno cominciato con l'Ucraina, che era solo una frontiera, con il primo kahnato mongolo, la vecchia Russia medievale, la prima conquistata dai tartari, e poi non si sono più fermati fino a Vladivostok. Ucraina significa proprio questo: frontiera. E allora come può oggi la Russia avere l'Europa addosso alla sua frontiera? Come può accettare che il cuore della sua civiltà, la Russia di Kiev cada sotto l'influenza di Bruxelles? Colpa dei baltici, che da sempre aizzano l'Occidente contro l'orso russo per paura che li morda. Hanno anche ragione: i peggiori morsi se li sono sempre presi loro. Ma devo concentrarmi sul viaggio, basta fantasticherie. Tiro fuori l'ipad, metto le cuffiette e ascolto il mio corso di russo. Figuriamoci se non mi studiavo un po' la lingua. Faccio sempre così, a ogni viaggio, in qualsiasi parte del mondo, almeno una qualche decina di lezioni di lingua, di qualsiasi lingua, le devo seguire. L'ultima è stata il turco, per un periodo di lavoro ad Ankara. Per studiare uso Pimsleur, un metodo di apprendimento linguistico americano infallibile. E perché è per americani. Concepito per loro, può imparare chiunque. Non c'è grammatica, gli americani non sanno cos'è. Solo frasi da imparare a memoria. Ma combinate in una miscela perfetta. Quel tanto che basta per far credere a un indigeno di sapere la lingua. E per paralizzarsi alla prima replica. Però vuoi mettere la bella figura dei primi tre minuti? Non ci rinuncerei per nulla al mondo! Il grande problema è che a studiare le lingue in questo modo barbaro mi rovino anche quelle che so. Così il poco di sloveno corretto che sapevo parlare è andato a farsi friggere con questo mio revival russo. Adesso parlo come Pugacioff, il lupo russo dei fumetti di quando ero bambino. Finora so salutare, so ordinare da mangiare e da bere, so dire che sono italiano e parlo un poco russo, so dire grazie, prego, scusi, so chiedere quanto costa, so dire che è caro, so contare fino a dieci, so chiedere dov'è la sauna, la metropolitana e il mercato, so anche chiedere dov'è la Piazza Rossa, peccato che quella è a Mosca. Stupidi americani... Va bene, confesso che mi sono addormentato per tutta la lezione numero 12. Ma mi conforta il pensiero che secondo la scienza si impara anche nel sonno. Non ho mai capito bene come. Qualcosa del corso Pimsleur mi avrà sicuramente pervaso mentre dormivo, e si paleserà prima o poi nella mia locuzione russa. Siamo arrivati a San Pietroburgo e ho una fame da lupo, perché in aereo dormivo mentre servivano la cena e nessuno mi ha svegliato. Mio figlio e mia moglie dicono che dormivo così di gusto che non hanno voluto disturbarmi. Miracoli del metodo Pimsleur. Gli agenti del controllo passaporti non sono molto più garbati dei doganieri sulla frontiera finnica di vent'anni fa. Ma le divise sono più curate. Si vede che i russi oggi non sono più degli straccioni. Intanto, però, scalpito dalla voglia di parlare russo. "Zdrastvuitie, ia italianski!", dico entusiasta all'agente che sta sfogliando il mio passaporto. Sorride. "Italianez! ", mi corregge restituendomelo. Ecco, ho parlato come Pugacioff. Moglie e figlio se la ridono alle mie spalle. Prendiamo un taxi e per evitare altre figuracce mi limito a dire il nome dell'albergo.
Sta nevicando e dal groviglio delle autostrade presto appaiono le cupole illuminate delle chiese nel bianco torpore della città vecchia, fra i palazzi sontuosamente illuminati. È proprio la Russia delle favole! Già mi figuro l'albergo sulle rive della Neva e la succulenta cena che mi aspetta. Il freddo mi ha messo ancora più fame. Ma il fuso orario fa brutti scherzi e qui è già mezzanotte passata. In albergo la cucina non fa più servizio. C'è solo il bar aperto. In un russo impeccabile ordino un kvas, non sa di niente, allora chiedo una birra, ma con ottimo accento. "E da mangiare cosa c'è?", domando oramai allo stremo, "Ci sono solo bliny - risponde il barista - Bliny ai funghi". Vada per i bliny, la fame è una brutta bestia e mi sono perso la cena in aereo. E poi i bliny sono una specialità russa, ho letto sulla guida. Sarà, ma non tolgono la fame queste frittelline sottili come ostie. E poi sono anche fredde. Il barista ha fretta di chiudere. Mi lascia il piatto sul banco e abbassa la serranda. Me ne sono mangiati una trentina, di bliny, e a sentirmeli andare su e giù per lo stomaco adesso mi viene da pensare che noi ferraresi dobbiamo avere qualcos'altro in comune con gli slavi oltre al "còragh" dei pulcini. Questi bliny mi fanno tanto pensare ai nostri "bilìn d'la crèsma", appunto quelli che anche tanti anni dopo "i vien incòra su!"
Nevica su San Pietroburgo, la città che Pietro il Grande fece costruire dando alla Russia arretrata e terragna il porto che ne fece una potenza mondiale. Lì, sull'Isola delle lepri, una sera di pioggia lo zar visionario tracciò una croce nel fango per indicare il luogo dove sarebbe sorta la fortezza che ora svetta con le sue guglie dorate nella notte glaciale. Invece nella mia camera d'albergo non sono neanche stato capace di digerire trenta bliny ai funghi, e cammino avanti e indietro con una coperta sulla pancia. Ecco, lo diceva sempre mia nonna: "Mo sta a ca' da ti che a t'ié più custudì!"
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