Leali, una vita per la musica: «Ho iniziato a 14 anni, a 72 sono ancora qui»
Il popolare cantante stasera è di scena al teatro Nuovo «Oggi la carriera è più difficile, ma non bisogna mollare»
Fausto Leali con brani come “A chi”, “Mi manchi” e “Ti lascerò” (brano con cui vinse insieme ad Anna Oxa il Festival di Sanremo nel 1989), è di certo uno degli “intoccabili” della musica italiana. Sulle sue canzoni dagli anni Sessanta ad oggi, migliaia di giovani (e non solo) si sono innamorati, commossi, sfogati; hanno riso, sognato, sofferto e sperato. Leali questa sera sarà a Ferrara per partecipare a Christmas Pop, concerto benefico che si terrà al teatro Nuovo. Il cantante di “Io amo” si racconta, tornando fino alle origini della sua carriera.
. C’è chi festeggia i 50 anni di carriera. Lei ha raggiunto quota 57, come ci si sente?
«La musica non ha tempo. A distanza di secoli eseguiamo ancora composizioni di Mozart e Bethoveen e quindi scoprire che i giovani a distanza di 40 o 50 anni ascoltano ancora brani ormai divenuti classici è bello ma fa anche parte della natura delle cose. Oggi molti giovani si trovano in sintonia con il rap, se quello è il loro modo per esprimersi va benissimo, non devono amare per forza la “nostra” musica. Però certi brani, certe canzoni resistono al tempo e rimangono».
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:tempo-libero:1.14660012:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/fausto-leali-in-concerto-a-ferrara-l-intervista/66117/66513]]
Lo scorso ottobre, dopo 7 anni, ha pubblicato un nuovo album. Ha già altri progetti?
«Per il momento no. In “Non solo Leali” ho duettato con tanti artisti illustri della musica italiana e me lo voglio godere un po’ prima di passare ad altro. Finite le feste però andrò a dare “una strigliata” alla mia casa discografica perché non lo ha distribuito bene e invece penso che meriterebbe di avere una distribuzione migliore, più capillare».
Che effetto fa sapere che tanti giovani conoscono a memoria canzoni come “A chi”?
«Sono felice quando i giovani ascoltano ancora brani di un’epoca da loro, solo apparentemente, lontana. Certo, oggi, come dicevamo, il rap va per la maggiore però ci sono pezzi che il pubblico ha etichettato come “immortali”».
Che consiglio darebbe a chi vorrebbe intraprendere questa carriera?
«Non sono bravo a dare consigli e in particolare a questa domanda non so bene come rispondere. Posso però dire una cosa: bisogna andare avanti, perseguire la propria strada, i propri sogni e lavorare per arrivare dove si vuole. Ogni anno alle selezioni per i talent si presentano migliaia di ragazze e di ragazzi, di loro solo pochissimi arrivano. Morandi cantava “uno su mille ce la fa”, oggi bisognerebbe dire “uno su centomila ce la fa”, ma non bisogna mollare».
E i suoi esordi se li ricorda?
«Io sono nato e cresciuto in un’altra epoca. Sono nato durante la Seconda Guerra Mondiale, la mia famiglia era di origini modeste e a 12 anni lavoravo. A 14 anni ho iniziato a cantare in un’orchestra per guadagnarmi da vivere. Chissà, forse se fossi stato figlio di un avvocato le cose sarebbero andate diversamente, forse avrei fatto l’avvocato anche io e non il cantante ma guardandomi indietro direi che è andata meglio così».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
