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Palazzo Gulinelli ritrova l'antico splendore

Palazzo Gulinelli ritrova l'antico splendore

Continua la ristrutturazione voluta dalla Fondazione Canonici Mattei. L’architetto: «Gli scavi ci raccontano il suo passato»

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FERRARA. Dalla scorsa estate si accendono al tramonto tre percorsi al neon che illuminano la facciata di Palazzo Gulinelli, in corso Ercole I d’Este a Ferrara. Blu, rosso, bianco e verde: già dall’esterno la Fondazione Canonici Mattei ha tenuto che si vedessero a distanza i secoli di stratificazione dell’edificio. Il cantiere lo sta ristrutturando a fondo, riportandone alla luce l’anima strutturale.

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«Lo scavo archeologico e lo svuotamento delle volte - esordisce l’architetto Cristiano Ferrari -, hanno rivelato la fabbrica coeva a quella di Palazzo dei Diamanti. Sebbene si pensasse fosse originario della seconda metà del ’500, possiamo supporre sia sorto nel momento dell’Addizione Erculea, intorno al 1492».

Le fondamenta sono state erette sopra una torretta di competenza dell'antico Monastero di Santa Caterina, in angolo tra il corso e via degli Armari, allora “via della Rosa” e “via di Boccacanale”. È il primo palazzo che in quest’area della città aveva i seminterrati adibiti a deposito e a ghiacciaia, usanza tipica del ’300.

«Attraverso una serie di descialbi (ovvero la rimozione accurata di tutti gli strati di scialbo, colore o pittura, sovrammessi a una pittura o a un intonaco antico, ndr - prosegue l’architetto - abbiamo rimosso il tinteggio sulla superficie dei muri per ripristinare le decorazioni. Alla fine del ’500 fu costruita a fronte unito la porzione di edificio su Ercole I d’Este, insieme a un portico che si affacciava sul giardino. Nel 1863 l’ampliamento effettuato da Biondini lo ha espanso da mille a 4mila metri quadrati, triplicandone la volumetria. Dallo svuotamento del piano terra, con la rimozione dei pavimenti, è emerso un intreccio di vespai areati tipici del periodo vittoriano, che servivano per riscaldare e arieggiare. Erano una forma primitiva di condizionamento dell’ambiente. Infine, quando abbiamo liberato i solai è crollata una volta, un segno del terremoto del 1570 che si è conservato nel tempo. L’avevano rinforzata con delle travi per poi costruirci sopra».

L’ingresso conduce subito gli occhi alla scalinata marmorea che si staglia ne Il giardino dei Finzi-Contini girato da De Sica. La maestosa quercia sul retro rimane con tutta probabilità l’ultima testimone di quel passato. Una luce dorata e calda invade l’androne verso i piani superiori.

«Dietro i termosifoni - specifica Ferrari -, abbiamo trovato un sistema di areazione all’avanguardia anche per l’epoca, che collegava i camini delle stanze tramite bocchette e saracinesche. I materiali che abbiamo utilizzato per i lavori di recupero sono in gran parte riciclati. Le riparazioni sono state eseguite con una tecnologia a secco, in maniera che siano reversibili e il palazzo possa tornare sempre com’era. Lo spirito è restaurare ripristinando con metodi affini. I conti Gulinelli impiegarono il meglio delle tecniche e dei prodotti, e noi abbiamo fatto lo stesso. La struttura risparmierà un terzo dell’attuale consumo energetico».

Dall’oscura Sala Araba, circondata dalle boiserie intagliate dall’ebanista Primo Roda, si entra nella bianca Sala degli Stucchi, dove sul camino al centro troneggia un leone rampante. Si susseguono camere decorate negli stili più vari e si assiste così a un revival storico, dal neorinascimento al neobarocco, passando per il neogotico. Sui soffitti si scorgono uccelli esotici, motivi floreali, dragoni in posa e putti che giocano. Su uno stipite è stato annotato il 1874, riferito alle pitture.

«Negli anni ’20 la famiglia fu in difficoltà economica - conclude l’architetto - e realizzò degli ammezzati per affittarli. Nel sottotetto la parte del secondo dopoguerra è stata demolita. Questo sarà uno degli unici tetti verdi in un centro storico italiano, una terrazza di 200 metri quadrati a pavimento erboso calpestabile».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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