«L’errore è importante, ti chiede di imparare»
Il popolare giornalista parte dalle pagine del suo libro “Quella notte sono io” per parlare dell’episodio di Pontelangorino
di ANNARITA BOVA
Q. uanto è complicato vivere la propria diversità e quanto ci riesce facile, invece, perdere il controllo delle nostre azioni, quelle stesse di cui, spesso, non ne comprendiamo la portata? Ne sanno qualcosa i cinque protagonisti di Quella notte sono io, nuovo libro di Giovanni Floris fresco di stampa per Rizzoli, il racconto di tre uomini e due donne, ex compagni di scuola, che si ritrovano in un casolare in Toscana dopo trent’anni.
È passato tutto quel tempo dalla loro bravata, da quando, in gita compirono un atto di bullismo tremendo nei confronti di Mirko Caiati, preso di mira per avere un’unica colpa: la sua diversità. Nessuno sopportava i suoi vestiti “assurdi tipo lord inglese”, i suoi capelli divisi dalla riga precisa “di chi si fa ancora pettinare dalla madre” e quel suo parlare, o poco o a sproposito. Il libro del conduttore, Quella notte sono io, si ispira a fatti di cronaca: cinque amici del liceo ed un tragico evento. Una riflessione su colpa e responsabilità.
La memoria è un animale strano, viene fuori all’improvviso e alle volte non abbandona mai. È più facile perdonare gli altri o se stesso?
«Mi viene in mente - risponde - una frase attribuita a Kennedy: “perdona il tuo nemico, ma non dimenticarlo”! Il mio romanzo racconta di 5 compagni di scuola inchiodati sulle proprie responsabilità 30 anni dopo averle commesse. Avevano commesso un atto terribile di violenza su un compagno di classe. Lo avevano “bullizzato” e, a 50 anni, dopo che quell’atto aveva anche trasformato e maledetto le loro vite, si trovano davanti alla loro responsabilità. In effetti, il perdono non mette al riparo dalle conseguenze delle proprie azioni».
“Non esistono vittime o carnefici se sappiamo riconoscere il diritto di essere tutti diversi”. È la paura che per prima non fa riconoscere questo diritto?
«La differenza ci spaventa, perché mette in dubbio quello che siamo, le nostre certezze. Chi la pensa diversamente, chi parla diversamente, chi appare differente: ci mettono in crisi, se non siamo sufficientemente sicuri di noi stessi. E invece, paradossalmente, basterebbe essere aperti alle differenze per essere più sicuri di noi».
Lei non sceglie la via diretta dell’inchiesta e del reportage, a lei interessa individuare le responsabilità che non sempre però coincidono con colpe manifeste...
«Inevitabilmente siamo sempre responsabili di quello che facciamo, o di quello che non facciamo. Ogni nostra decisione ha mille conseguenze. Conseguenze inintenzionali di azioni intenzionali. Quella notte sono io è una storia di conseguenze. Su chi ha subìto l’azione di bullismo, e su chi la ha commessa».
La verità non si scansa, è inutile negare a lungo, fingere di non riconoscerla. Salvo rari casi, c’è sempre il tentativo iniziale di negare, di nascondere?
«Forse è naturale rimuovere quello che non ci piace, di certo confrontarsi con i propri errori è difficile. Ed invece l’errore è importantissimo. Ti dice che stai sbagliando strada, ti chiede di imparare da lui, ti indica cosa devi fare. Certo, devi accettare la fatica di riconoscerlo, e di apprezzarlo».
Come legge gli ultimi avvenimenti di Pontelangorino?
«Terribili, spaventosi, devastanti. È successo, quindi è possibile che succeda, per quanto inimmaginabile possa essere. Cosa può portare a questo? Come si esce da tanto orrore? Sicuramente - conclude il noto conduttore televisivo - si tratta di un caso specifico, e non bisogna generalizzare, ma leggo le tante interpretazioni di psicologi, di sociologi, e mi colpisce l’analisi che fanno del vuoto in cui e di cui vivevano questi ragazzi. Se esiste quel vuoto fuori o dentro altre persone, adesso sappiamo che bisogna accorgersene».
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