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Vignato, dal Frescobaldi al premio di miglior talento

Vignato, dal Frescobaldi al premio di miglior talento

Il 29enne trombonettista ha studiato nella nostra città e lunedì sarà al Torrione «Sono felice e onorato: amo far parte di una bella comunità di giovani musicisti»

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Per anni questa città è stata la sua seconda casa, dove ha studiato e si è esercitato, dove ha preso confidenza con la musica. Quando ancora il suo stile non era conosciuto, Filippo Vignato frequentava i corsi del Conservatorio “G. Frescobaldi”, prima della specializzazione a Rovigo. Oggi, a ventinove anni, si è aggiudicato il Premio “Miglior Nuovo Talento” del Top Jazz, il referendum della critica indetto dalla celebre rivista italiana Musica Jazz fra gli addetti ai lavori. Il giovane trombonettista veneto, che suonerà al Torrione in via Rampari di Belfiore lunedì prossimo, alle 21, insieme ai Rosa Brunello Y Los Fermentos, ci racconta la sua strada.

Che significato ha per te questo traguardo?

«Sono felice e onorato - ci spiega -, anche se la cosa che mi preme di più non è tanto la classifica in sé, bensì fare parte di una comunità di giovani musicisti, di cui quella sorta di classifica è un piccolo specchio. Sono amico di tanti di loro e condividiamo spesso il palcoscenico».

Cosa ti manca di Ferrara?

«Poter uscire a piedi la sera e andare al Jazz Club, sebbene continui a frequentarlo quando posso. Per me e molti colleghi del Conservatorio è stato un punto di riferimento. Ci hanno accolti da subito con grande apertura e fiducia nelle nostre capacità. È stato un luogo di crescita».

Sei tu che hai scelto il trombone o è lui che ha scelto te?

«È colpa sua… ce l’avevo già in casa, lo suonava anche mio papà. Non ho mai pensato seriamente di cambiare strumento o di passare ad altri a fiato. Insomma, non lo abbandonerei mai».

Gli anni del Conservatorio, che ricordi hai?

«È stato fondamentale che gli insegnanti del dipartimento di Jazz abbiano sostenuto i progetti nati tra le fila, esortandoci a metterci alla prova. Allora costituimmo il gruppo Mof, nato proprio dal parcheggio dell’ex Mof, perché abitavamo nei dintorni e scendevamo tutti in piazzetta San Nicolò. Da lì andavo - prosegue - poi in sala prove insieme a Stefano Dallaporta, Frank Martino, Diego Pozzan e Manuel Trabucco. I due dischi che abbiamo inciso sono stati il frutto di quell’entusiasmo».

Qual è il confine tra scrivere e interpretare un brano?

«Personalmente il fulcro sta proprio nel confine. In quanto improvvisatore, non ho mai sentito una scissione. Sono abituato a comporre liberamente e all’istante, senza perdere di vista quel margine».

Chi sono i tuoi “mostri sacri” del panorama jazz?

«Il mio antieroe è il tedesco Albert Mangelsdorff, un innovatore del trombone. Ha avuto il suo sviluppo artistico intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso. Resto comunque dell’idea che anche loro siano in fondo umani. Non colleziono miti assoluti, ma solo una profonda ammirazione per il loro talento. Il jazz è bello perché anche i più grandi non avevano paura di sbagliare».

Che opinione hai del jazz italiano?

«Positiva, soprattutto in questo momento. A livello di contenuti sta vivendo un’acuta fase creativa, dovuta alle giovani generazioni, le quali però faticano ad emergere all’estero. I nomi che girano sono sempre gli stessi. Il jazz è penalizzato dal fatto che le istituzioni pubbliche non lo supportino abbastanza».

Riusciresti ad immaginarti senza la musica?

«Assolutamente no. Sono stato fortunato, l’ho sempre vissuta in maniera naturale - conclude Vignato - e non ho mai avuto momenti di conflitto interiore. Ovviamente la fatica è necessaria per crescere».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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