La Nuova Ferrara

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«Sul palco col mio Macbeth infelice e contraddittorio»

di SAMUELE GOVONI
«Sul palco col mio Macbeth infelice e contraddittorio»

L’attore e regista porta a Cento la tragedia scozzese di Shakespeare

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Franco Branciaroli torna a indossare l’armatura e la corona di Macbeth, celebre protagonista dell’omonima tragedia scozzese scritta da William Shakespeare tra il 1605 e il 1608. L’attore e regista, sulla scena da oltre 40 anni, ha lavorato al fianco di nomi come Ronconi e Bene. Nel cinema ha interpretato anche “Il mistero di Oberwald” di Antonioni. Il suo Macbeth (è regista e protagonista dello spettacolo) andrà in scena martedì alla Pandurera di Cento. Branciaroli si racconta, parlando del suo personaggio: un Macbeth insicuro e depresso.

. Dopo tanti allestimenti quanto è difficile portare sul palco un Macbeth sempre nuovo?

«Sarebbe presuntuoso voler aggiungere qualcosa a un’opera di Shakespeare. Sono al contrario felice di dire che qui si fa qualcosa di “vecchio” perché portiamo in scena la tragedia in chiave Elisabettiana, limitandoci a interpretare ciò che è scritto nel testo, senza aggiunte, ed è molto difficile e complicato».

Perché?

«Perché Macbeth fallisce sempre, fallisce in tutto quello che fa e la sfida, portandolo in scena, è cercare di fallire il meglio possibile (sorride, ndr). È un personaggio estremamente contraddittorio e pauroso, sempre in bilico tra coraggio e vigliaccheria; ci sono tantissime sfumature in Macbeth ed è proprio questo che ho cercato di evidenziare».

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Quindi la coppia da sempre descritta come “diabolica”, in realtà tanto diabolica non è.

«Macbeth e la sua lady non sono cattivi, sono “brave persone” considerando che la storia è ambientata nel Medioevo scozzese, epoca in cui uccidere un re (o tentare di farlo) era quasi normale. Lui, valoroso guerriero, si vede sfumare quel trono che in qualche modo gli era stato promesso e, insieme alla moglie decide di agire. Hanno solo una notte per uccidere il re e “sistemare le cose”. Visti tempi e le circostanze, possiamo dire che è un omicidio quasi obbligatorio. Quello che voglio, è togliere a Macbeth la veste di sanguinario gratuito».

Perché secondo lei Shakespeare è ancora attuale?

«L’uomo nel corso dei secoli non è cambiato, sono cambiati i tempi, le tecnologie ma gli istinti e l’animo umano sono rimasti invariati. Quindi questa tragedia di Shakespeare più che “ancora attuale” direi che è eterna. Tra tremila anni si parlerà ancora di Macbeth: un uomo non all’altezza del proprio destino».

In che senso?

«Quando Macbeth ha tutto precipita verso il fascino per il niente, è attirato dal nulla e questo lo porta allo sfacelo. Non riesce a trovare il senso dell’esistenza e infatti, la parola “niente” è quella che ritorna più spesso nelle pagine del testo. È un uomo che sta male nel mondo».

Si potrebbe parlare anche di dramma psicologico?

«In un certo senso sì. Già all’inizio del 1600 Shakespeare parla di depressione, di male di vivere e insoddisfazione, tematiche poi affrontate e approfondite secoli dopo dalla psicologia e dalla psicanalisi. Come Romeo, Macbeth è malinconico, soffre, sta male e trascina verso il barato chi lo circonda; fu così per Giulietta ed è così anche per Lady Macbeth».

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E le parole di Macbeth mentre si prepara alla guerra?

«Sono frasi vuote, pronunciate da un guerriero ormai allo sbando. Parole pronunciate da un uomo allucinato, che non dorme da mesi a causa dei sensi di colpa. Anche la Lady, che agisce sotto l’influenza degli spiriti da lei stessa invocati, quando si libera delle streghe non regge la situazione e si suicida. Alla fine del Macbeth tutto crolla e non c’è via di scampo né speranza. Penso sia l’opera più avanguardista di Shakespeare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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