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I Ferraresi, un popolo di eterni migratori

I Ferraresi, un popolo di eterni migratori

Il volume di Nani racconta anni di partenze senza ritorno: le cause nel tempo furono povertà, fascismo e boom industriale

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A discapito di quello che sosteneva Bacchelli ne Il mulino del Po, da Ferrara si emigrava molto meno che dalla Sicilia, ma chi partiva da qui non tornava più. Non esistono studi precisi in merito, se non il recentissimo lavoro di Michele Nani, Migrazioni bassopadane. Un secolo di mobilità residenziale nel Ferrarese (1861-1971), edito da New Digital Press. Un lavoro originale, sia nella fase di confronto dei dati preesistenti sia nell’indagine sul Comune di Bondeno, che si articola nella seconda parte del volume. La percezione del vissuto cambia in modo sconvolgente a seguito delle due grandi guerre ma, a differenza del metodo americano, non furono raccolte testimonianze quando era il momento. Da questo punto di vista, la ricerca di Nani apre gli orizzonti a nuove ipotesi antropologiche e comportamentali.

Chi sono i ferraresi di oggi?

«È difficile stabilirlo - spiega l’autore -, perché alcuni di noi hanno qualche parente, magari uno zio che proviene da fuori, mentre altri hanno qualcuno che se n’è andato per cercare fortuna».

Quando è nato lo spunto per questa ricerca?

«Anni fa, quando mi misi a ristudiare la formazione del bracciantato di massa, il fenomeno che diede tono alla vita sociale, economica e politica locale tra fine 800 e primo ’900. Ho deciso di impostare un discorso sulla mobilità nel Ferrarese, perché si sostiene che la popolazione delle campagne si sia spostata molto».

Povertà causa principale?

«I nostri nonni erano afflitti da una povertà salariale. Se eri un mezzadro povero ti attaccavi alla tua terra ed ai suoi frutti per sopravvivere. Il bracciante non poteva: dopo la raccolta estiva, d’inverno era disoccupato, se non per qualche lavoretto di manutenzione degli argini o intervento sulle piante».

Nel suo tracciato la nostra provincia è sempre stata in perdita migratoria, perché?

«Non ci sono elementi precisi di correlazione con lo sviluppo dell’economia, ma è chiaro che alla fine dell’Ottocento calò la mortalità infantile e, al contempo, rimase altra la natalità. La provincia era chiamata “l’Olanda italiana”, perché un terzo della superficie paludosa venne riacquisita a coltivazione agricola, assorbendo lavoro e famiglie».

Ma raggiunge un limite...

«Da un lato in tanti presero le vie dell’estero, dall’altro si cominciò con il controllo delle nascite. Non usavano particolari metodi contraccettivi, ma prestavano attenzione. Negli anni del fascismo l’incremento rallentava e permise un forte deflusso. Chi abbandonava non poteva più varcare i confini a causa della guerra».

Quali erano le mete?

«Negli anni ’20 dalla provincia si spostarono nel capoluogo, a Ferrara. Altri migrarono nel Bolognese e il terzo flusso, quello più noto e consistente, andò verso Torino, Milano e Genova, il cosiddetto triangolo industriale».

Perché si parla di esodo dalle campagne nel secondo dopoguerra?

«L’attrazione del boom industriale fu la ragione più forte, quella che ebbe la meglio sui giovani dell’epoca. Obbligava a dei sacrifici, però significava raggiungere un tenore di vita migliore».

E Ferrara riuscì a diventare una città.

«Non fu il solo centro urbano a cogliere l’occasione; anche Cento e Comacchio - spiega Nani - non scesero in termini di abitanti. La prima aveva avuto la sua esplosione grazie alla lavorazione della canapa, per poi investire nel settore della meccanica. La seconda accolse coloro che si addensavano sulle coste per l’incremento del turismo».

Ci sono dei nessi con le ondate migratorie attuali?

«È doveroso mettere in discussione alcuni cavalli di battaglia del presente; come chi mette a confronto la nostra emigrazione con quella africana. L’integrazione non è un problema odierno - conclude -, l’hanno scontata anche i Ferraresi nelle città americane del primo Novecento. Lo studio della mobilità della popolazione fa sì che non monti il feticcio delle identità locali, il quale storicamente ebbe delle conseguenze pericolose».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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