La vita senza diritti Storie di ferraresi deportati a Urbisaglia
Quando lo slogan era «discriminare e non perseguitare» Viaggio nelle Marche alla scoperta degli anni tra il 1938 e il ’43
di GIUSEPPE MURONI*
Per i Millennials, quella generazione cresciuta con pc e smartphone e che ha la percezione di vivere in un presente eterno, privo di passato, il Giorno della Memoria rappresenta un momento fondamentale di comprensione della complessità ed eccezionalità dell’evento storico. O per lo meno il primo approccio in questa direzione. Nell’era del testimone - la loro, la nostra - come ha suggerito Annette Wieviorka, la memoria è l’unica via d’accesso al passato. Quella memoria che si fa portavoce di una generazione ormai scomparsa ma che parla ai nipoti, ai bisnipoti, a noi, si fa universale e trascende i limiti spazio-temporali. Per l’appunto, come sottolineato nell’ultimo libro di Piotr Cywinski: «Non c’è una fine».
Trasmettere la memoria di Auschwitz non è un’operazione né retorica né di routine, ma significa andare alla ricerca dei propri fantasmi, comprendere e riflettere, oggi più che mai. Auschwitz è dunque molte cose insieme, un faro che viene dal passato e dialoga col tempo presente. In Italia, la fase della “persecuzione delle vite” (1943-1945) è stata preceduta dalla cosiddetta “persecuzione dei diritti” (1938-43), non meno importante anche se di minor interesse pubblico. Per tale motivo abbiamo deciso di muoverci in direzione contraria, lasciando momentaneamente il luogo polacco in cui “l’Europa perse se stessa”, per andare a rintracciare vite di ferraresi protagonisti di quei delicati momenti di incertezza, quando lo slogan di Mussolini «discriminare e non perseguitare» aveva, in realtà, già tracciato il solco nell’esistenza di molti ebrei italiani. Partiamo alle prime luci dell’alba di un gennaio freddo e ventoso in direzione Macerata, maciniamo chilometri su chilometri per andare a vedere l’Italia prima della grande bufera. Macerata è ricoperta di neve, il candore dei luoghi sommerge la città che si è fatta muta. In questo territorio uno strano incrocio dei rispettivi destini, unì la sorte di alcuni ebrei ferraresi. Seguiamo le loro tracce e arriviamo ad Urbisaglia: le strade sono deserte, il freddo si attenua e la rocca militare cinquecentesca si impone allo sguardo. Le lancette della Storia si bloccano per un momento e tornano indietro di oltre settant’anni. Leggiamo la storia di Carlo Hanau detto Carlòn, possidente e commerciante di vini e granaglie: giunse nel paese marchigiano il 24 luglio del ’40 dove venne recluso per motivi politici. Chi era Carlo Hanau, appartenente alla media borghesia ferrarese, e cosa ci faceva in una vecchia villa di campagna adibita a campo di internamento? Dobbiamo fare un passo indietro.
L’Italia era entrata in guerra da poco più di un mese e con essa la propaganda antisemita si era arricchita di nuovi temi: in primis la responsabilità dell’Internazionale ebraica nello scatenamento del conflitto. Non solo: di lì a poco gli ebrei sarebbero diventati il capro espiatorio delle mancate vittorie. L’8 giugno 1940 con la circolare 442/12267, il regime fascista decretò l’internamento degli ebrei stranieri o apolidi e degli ebrei italiani ritenuti pericolosi. Lungo la penisola si iniziò a dar vita ad un vasto arcipelago di campi di internamento, una cinquantina circa fino al ’43. I campi più importanti furono quello campano di Campagna e quello calabrese di Ferramonti Tarsia: costruito in un luogo insalubre, poteva contenere fino a 1500 persone stipate in baracche. Non dobbiamo dimenticare, però, i vecchi conventi ad Isernia e ad Agnone, le case private a Tossicia e Notaresco (Teramo), un locale che avrebbe dovuto essere un mattatoio a Manfredonia (Foggia), una villa di campagna a Lanciano (Chieti) e a Bagno a Ripoli (Firenze).
La quasi totalità dei campi era dislocata nel centro-sud d’Italia, gli unici campi del Nord si trovavano in Emilia Romagna (Scipione e Montechiarugolo). Questo è il contesto in cui dobbiamo calare la vicenda dei nostri protagonisti. Carlo Hanau era una persona di carattere, determinata, difficilmente sopportava prevaricazioni ed angherie. Era presente nel casellario ferrarese sia perché sospettato di aver raccolto, assieme ai figli, sottoscrizioni pro “Spagna Rossa” sia perché commentò negativamente le leggi razziali.
Il prefetto Palici Di Suni annotò: «La sua indole astiosa ed il suo carattere loquace non gli hanno consentito di chiudersi nel più opportuno riserbo nemmeno quando furono decretati i noti provvedimenti razziali a carico degli ebrei». Quando Carlo arriva, i due figli, Primo Hugo e Secondo Lino, sono già presenti da un mesetto. Nella documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Ferrara - il fascicolo 57 categoria A8, «persone pericolose per la sicurezza dello Stato» - si legge: «In linea politica non ha precedenti sfavorevoli, ma appartiene a famiglia ebrea di noti sentimenti antifascisti».
Nella stessa situazione versava il gemello Secondo Lino, al quale era molto legato. A poco a poco si formò una vera e propria comunità estense. Il 12 giugno del ’40 era arrivato Renato Hirsch: proveniva da una facoltosa famiglia ebraica ferrarese proprietaria di alcune fabbriche di maglieria con oltre mille operai dipendenti e fu contraria al regime sin da subito. Le sue aziende furono requisite in seguito all’emanazione delle Leggi razziali, poi fu espropriato di ogni suo avere. Nino Contini, invece, fu tra i primi ad arrivare al campo, il 16 giugno. La prefettura lo descrive come individuo che, in caso di guerra, sarebbe potuto divenire assai pericoloso.
Non era la prima volta che Nino compariva tra le carte della prefettura: sionista, organizzò già a partire dal 1934 l’esperienza dell’hachsharà e si occupò della questione dell’aliyah in Palestina, in una Ferrara che vedeva i primi attacchi al podestà ebreo Renzo Ravenna e in cui i muri di alcuni palazzi cittadini venivano imbrattati con scritte come «Viva Mussolini - Abbasso gli ebrei». Era il 1936, ben prima delle Leggi razziali. La grande tempesta ha una genesi complessa, grigia, e radici profonde. Lo sapeva bene il bibliofilo Renzo Bonfiglioli, acuto intellettuale che si trovò spaesato e malinconico tra le mura di villa Giustiniani Bandini, lontano dalla moglie, dai figli e dal padre malato. Renzo era alloggiato, insieme ad un gruppetto di antifascisti italiani, nella soffitta del palazzo, in una stanzetta di piccole dimensioni. Lì iniziò la cosiddetta Raccolta Ariostea che comprendeva tutte le edizioni dell’Orlando Furioso.
Tratteneva rapporti con diversi librai e cominciò a collezionare edizioni originali dell'Ottocento italiano, tra cui un esemplare unico dei Promessi Sposi, che nascondeva in soffitta. Oltre a Bonfiglioli, si trovavano nello stesso luogo Ivo Minerbi, l’elettricista Pietro Melli, Renzo Sinigaglia, ferrarese domiciliato a Milano, e Giacomo Trevi che viveva a Firenze. Questa colonia ferrarese era molto unita, si conoscevano tutti o quasi, diversi erano amici; scrissero molte lettere, mantennero un filo diretto con la città d'origine ed erano a conoscenza di tutto ciò che nel frattempo accadeva a Ferrara. Nel campo di internamento, un Commissario e due agenti sorvegliavano continuamente i reclusi e controllavano con tre appelli giornalieri la presenza di tutti. Non si poteva uscire dal parco della villa, perché monitorato esternamente dai carabinieri e la posta in arrivo e in partenza doveva passare sotto gli occhi del commissario per la censura.
Il primo e il secondo piano, così come i saloni e i corridoi, erano stati smantellati per far posto a brandine militari. Le condizioni di vita erano precarie, i servizi sanitari scadenti e sin da subito si pose il problema di come organizzare la vita comunitaria. Le giornate per molti di loro erano incolore, uno dei grandi problemi fu come impiegare il tanto tempo a disposizione: dopo la lettura di libri e giornali e qualche partita a dama, scacchi, bocce o carte subentrava la noia. L’assenza di libertà aveva mutato il naturale scorrere del tempo, l'esistenza si fece inquieta a tal punto che molti internati trascorrevano le giornate a letto a pensare ai propri affetti: l’unico obbligo era presentarsi agli appelli alle dieci del mattino, alle tredici e alle ventidue. La piccola comunità ferrarese, però, nel giro di alcuni mesi si sfaldò: Hirsch, caduto Mussolini, partecipò attivamente alla Liberazione, Contini da Urbisaglia fu recluso prima alle Tremiti poi a Pizzoferrato e morì nel 1944 a Napoli per malattia, Bonfiglioli lasciò il campo il 14 agosto 1941 per essere ricoverato in una casa di cura.
Il campo di internamento di Urbisaglia Bonservizi allestito presso Villa Giustiniani Bandini chiuse nell’ottobre 1943. La grande bufera era alle porte, ogni vita seguì il proprio destino e iniziò la grande persecuzione. Quando l'Europa perse se stessa. (*Collaboratore Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara).
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