La Nuova Ferrara

Ariosto, i paladini tra le mura e la luna

Ariosto, i paladini tra le mura e la luna

Palazzo dei Diamanti, successo per l’incontro con Scansani dedicato al Furioso

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«Il difetto che abbiamo è la convivenza con una vista del genere. Siamo assuefatti alla bellezza, mentre rappresenta una botta gigantesca per il visitatore odierno e preparato. In verità chi arrivava qui nel Cinquecento credeva di essere a Camelot». Con queste parole ieri è tornato a Ferrara Stefano Scansani, puntando il dito su una foto del Castello Estense, quando ancora non erano sorti altri palazzi imponenti tra la fortezza e la cinta muraria. L’esposizione del direttore della Gazzetta di Reggio ha voluto mostrare ai ferraresi come appaiono all’esterno, prendendo in esame il poeta che sino all'ultimo ha scelto questa città e che l'ha resa immortale con i suoi versi. Ludovico Ariosto era un uomo, prima di essere un intellettuale. Noi siamo Ariosto, seguendo il giornalista in un percorso che ha attraversato i luoghi natii dell’Orlando furioso, perché «pur mandando i suoi paladini sulla luna - ha motivato - stava bene solo nel momento in cui tornava dentro le mura». Per farlo ha usato la prospettiva che offrono le bocche di lupo del Giardino degli Aranci, dalle quali si può osservare la piazza senza essere notati. Partendo dalla sanguigna irruenza di Reggio Emilia, dal Mauriziano dove nacque il poeta di corte, ha percorso la sua crescita personale sino alla sua morte, ma senza trascurare gli incontri mantovani e il riverbero della sua fama. Dentro la Grotta di Palazzo Te, infatti, permangono gli affreschi raffiguranti le scene della maga Alcina. Allora perché Ariosto era così malato di ferraresità? La risposta non ha tardato: «Era un uomo che viveva nella sua culla - ha incalzato - e tale condizione lo ispirava. Nella sua testa, come nel minuto studiolo di Isabella d’Este, riusciva a ragionare dell’universo».

Nella panoramica, però, c’è stato spazio anche per la sentenza dell’Alieno, Ferrara 500 anni fa era New York, quella che purtroppo è stata cancellata. «Non era il solito graffito. Ha un significato che testimonia una memoria radicata. L’idea che questa città sia ancora il centro del mondo; che se presa bene è una formula vincente per chi ci abita - ha concluso Scansani - al contrario, può diventare una forma di letargia o di pura illusione».(m.b.)

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