La Nuova Ferrara

Le giornate in piscina di un’ex operaio

Le giornate in piscina di un’ex operaio

Una messinscena desolata racconta la finta vacanza di chi cerca solo di resistere

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Thyssen è un progetto di Carolina Balucani e Marco Plini. In scena c’è solo lei, ma il regista integra organicamente la drammaturgia e la performance nella bellezza desolata della messinscena. Lo spazio scenico è rappresentato da un’enorme specchio d’acqua, una piscina piena di paperelle, a rappresentare il periodo di vacanza forzata a cui sono obbligati gli operai usciti dalla grande azienda di Terni. «Lo spettacolo è ambientato in piscina, abbiamo deciso di lavorare sull’emotività di questi operai - spiega la Balucani -. Non è uno spettacolo politico, se non ché ogni spettacolo è un atto politico, ma questo vuole raccontare la minaccia di messa in mobilità e poi la decisione volontaria (dietro incentivo) di lasciare il lavoro. Racconto la vita da soli dopo quella in una fabbrica, una qualsiasi, non necessariamente “quella” fabbrica. Così ho immaginato una situazione in cattività e al mare ho preferito la piscina dove c’è un controllo, lo stesso ‘controllo’ vissuto quotidianamente in fabbrica. Ho immaginato così un luogo eterno, quello dove andrà l’operaio senza lavoro, almeno finché non finiscono i soldi dell’incentivo. Allora la piscina, le paperelle e i problemi di alienazione dovuti al fatto di dover sempre nuotare. E poco alla volta arrivano delle onde crescenti, che fanno esondare l’acqua».

Come mai la scelta di essere da sola in scena? «In questa situazione assurda rappresentata quello che rimane dello spirito e della lotta di classe è il dialogo immaginario fra l’ex operaio e il suo datore di lavoro: è una dipendenza reciproca, quando si spezza questo legame, e in questo modo, si entra in una situazione di abbandono nella quale entrambe le esistenze vengono minacciate».

Come ha realizzato il testo? «Sono partita dall’emotività raccontatami dagli operai che hanno scioperato 40 giorni a Terni per questo piano di ridimensionamento. L’operaio che rappresento è da solo e ripercorre la sua vita in fabbrica, proprio grazie al dialogo con il datore del lavoro ed a questa vacanza eterna vissuta dopo l’addio al posto di lavoro, anche se nessuna di queste persone va veramente in vacanza, cerca solo di resistere. Porto i pensieri e le parole di questi operai - conclude -, quello che hanno vissuto internamente, non affronto il diritto penale del lavoro o l’aspetto contrattuale della vicenda». (d.b.)

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