«Con “Terra” racconto ciò che c’è dentro e tutto intorno a noi»
Dieci tracce inedite chiuse dal brano “Viaggi disorganizzati” Brondi: la canzone è nata una domenica di dicembre a Ferrara
A tre anni esatti di distanza dall’uscita di . Costellazioni, Le Luci della Centrale Elettrica torna con un nuovo album: Terra. Il disco, composto da 10 brani arriverà nei negozi venerdì in duplice formato: cd e vinile. E per la prima tiratura, in allegato ci sarà La gloriosa autostrada dei ripensamenti, diario che racchiude scritti, pensieri e riflessioni che hanno accompagnato la realizzazione di questo quarto album di inediti. Di Terra l’artista ferrarese Vasco Brondi, anima e corpo de Le Luci, ha già lanciato sulla sua pagina Facebook due canzoni: Stelle marine e Coprifuoco.
“È una canzone - ha spiegato Brondi rispetto a quest’ultima - in cui si confondono eventi epocali e fatti personali”. Da venerdì partirà anche il tour nelle librerie e dal 16 marzo inizierà il giro per l’Italia (info e date su www.leluci.org). Aspettando venerdì, nel tentativo di ingannare l’attesa e scoprire qualcosa di più su questo nuovo lavoro, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Vasco Brondi: Le Luci della Centrale Elettrica.
Dopo “Costellazioni” siamo tornati sulla “Terra”. Come nasce questo disco?
«L’idea era quella di fare un disco che fosse come una sorta di cartolina da spedire nello spazio da me e dall’Italia di adesso, come se fosse un modo di presentarsi a chi non sa niente di questo posto e di questo tempo. Per questo mi viene da definirlo un disco etnico ma di un’etnia immaginaria che è quella italiana di adesso, la nostra identità in transizione. Musicalmente si mischiano tamburi africani e melodie balcaniche, distorsioni e canti religiosi, techno araba e ritmi sudamericani. Il tutto in modo filologicamente sbagliato, non è un disco di world music è un racconto corale, la realtà che c’è guardandosi dentro e attorno».
Per la prima volta ha affidato la copertina a una foto e non alla mano di un illustratore. Cosa l’ha affascinata dell’opera di Rondinone e quando ha scelto di darle un posto così importante?
«Nella foto di copertina c’è un deserto e queste “Seven Magic Mountains” che non sono altro che pietre fosforescenti accatastate che rendono quel deserto un posto spettacolare, cercano di addobbarlo. Credo che rappresenti uno dei temi del disco l’incredibile capacità umana di riuscire con l’impegno a rendere splendide situazioni o posti difficili. È un po’ quello che fa la musica, mi viene in mente una canzone di Fiona Apple che si chiama Extraordinary Machine in un’intervista dice tranquillamente che lei si sente una “macchina straordinaria” perché le sono successe cose bruttissime ma filtrandole dentro di sé le ha fatte diventare canzoni meravigliose».
Dieci canzoni, dieci racconti diversi per argomenti, geografie immagini e suoni, però in qualche modo tutti collegati tra loro. Qual è il filo conduttore di “Terra”?
«Credo ci siamo tanti fili conduttori paralleli, uno può essere la questione di chiamarsi fuori da una certa corsa senza fine e senza senso che siamo tutti chiamati a correre, la corsa di obiettivo in obiettivo, il mito della realizzazione che può essere molto frainteso. L’idea in sottofondo che siamo in questo mondo per rivelarci non per nasconderci».
L’album precedente ha riscosso grande successo. Ha “pesato” in qualche modo su di lei questo fattore durante la lavorazione a questo disco?
«L’unica cosa che so quando inizio un disco è che devo metterci tantissimo impegno ed energia quotidianamente, questo mi fa vivere serenamente la lavorazione. Sento che ogni disco è come arrivare più nel profondo, come togliere uno strato in più dentro di me e raggiungere qualcosa di più profondo, è difficile da spiegare».
Un’altra novità è costituita dal diario di lavorazione che uscirà insieme alla prima edizione sia in cd sia in vinile. Di cosa si tratta e perché ha scelto di inserirlo?
«Si chiama La gloriosa autostrada dei ripensamenti anche perché è pieno di tutti quei famosi ripensamenti che si hanno lavorando su un disco. È un diario di viaggio e di lavorazione e contiene tutto quello che esonda dalle canzoni. Nelle canzoni più essere molto sintetici e spietati, togliere tanti suoni e parole e da questo disco ho tenuto fuori anche tante canzoni perché volevo che fosse forte e chiaro e che tutte avessero una direzione e un suono preciso in comune. Forse proprio per questo mi piaceva mettere insieme tutto il racconto di come nasce un pezzo, dei viaggi e le esperienze da cui sono nate le canzoni, a Tangeri, nelle Azzorre o in Bosnia, delle camminate a Ferrara o su qualche vulcano, del percorso in bici a Milano schivando le macchine per arrivare in studio di registrazione».
In questi giorni e settimane ha condiviso col suo pubblico foto e canzoni. Quanta voglia ha di tornare in tour?
«Credo che per quanto si possa lavorare a un disco, in questo caso almeno un anno e mezzo, poi le canzoni trovano la loro vera voce direttamente sul palco, si assestato in furgone tra un concerto e l’altro. Non vedo l’ora di farle uscire all’aria aperta, i concerti in un modo diverso dalla scrittura sono un modo di esprimersi e di liberarsi di qualcosa in modo bellissimo. Sono sempre un rito liberatorio, suoneremo in club da 2000 o 3000 persone, è un’esperienza indescrivibile».
Un’ultima domanda, c’è una canzone di “Terra” a cui è legato più di tutte le altre e se sì qual è e perché?
«È difficile sceglierne una, davvero impossibile in questo momento. Però mi viene in mente la canzone che chiude il disco che si intitola Viaggi Disorganizzati e mi è venuta in mente una domenica a Ferrara camminando in centro a dicembre. La città era bellissima e piena di persone che camminavano. La musica in sottofondo era musica balcanica perché gli unici che se la sentono a suonare in centro senza fare permessi e cose simili sono queste “band” di Rom che hanno dai 6 agli 80 anni con fisarmoniche e trombe e altri fiati e tutti i passanti si capiva che apprezzavano anche se con la discrezione ferrarese non lo davano a vedere. Ho pensato che la colonna sonora della Ferrara dell’inverno 2016/2017 era musica balcanica e ho scritto questa canzone che sembra di musica balcanica invece è una canzone di musica ferrarese. Le ultime parole che chiudono il disco sono Allegri e disperati nei secoli dei secoli».
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