La Nuova Ferrara

dalla guerra al palco

Il teatro per salvare l’umanità

Il teatro per salvare l’umanità

Parla la scrittrice e regista Calò Livné: «Il talente rende più forti»

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La volontà, per i credenti la forza d'animo, è la spinta interiore che consente agli esseri umani di intervenire sulla realtà. Angelica Edna Calò Livné lo racconta nel suo ultimo romanzo, Memorie di un angelo custode (Cantagalli), che ha presentato al Circolo Negozianti a palazzo Roverella, insieme a Simonetta Della Seta, la direttrice del Meis. Esperta nell’avvicinare gruppi di diversa provenienza, di disporre le persone a una coesistenza pacifica, su mandato del Parlamento Europeo la scrittrice-regista forma i giovani insegnanti delle zone più conflittuali del mondo. E balla di fronte a loro, senza inibizioni, perché il movimento aiuta a esprimersi liberamente, a scrollarsi di dosso i pregiudizi. Per svolgere la sua attività educativa spesso si avventura in territorio palestinese, atto pericoloso per lei in quanto ebrea, ma dovuto alla buona riuscita di un incarico che ha assunto quasi fosse una missione. Lei non demorde, sebbene la paura talvolta si faccia schiacciante.

«Nel corso di cinquemila anni - ci racconta - il popolo ebraico si è sempre rialzato; per questo credo nell’umanità e finché ci sarà almeno una persona che si cura del prossimo la mia speranza non si esaurirà. Ci sono momenti in cui, sfinita, vorrei mollare tutto, però mi sprono a guardare oltre, a guardare negli occhi i ragazzi che si sono affidati a me. La Bibbia dice “Cosa può fare un uomo se tu credi in Dio?”. Ecco, in Israele gli atei sono tanti, ma l’importante è avere fede in noi. Continuerò a tirare fuori dagli altri i talenti che non immaginano di avere, perché li renderanno più forti. Amando te stesso amerai l’altro da te».

Più di 200 studenti delle scuole ferraresi hanno poi assistito a “Beresheet - In principio”, lo spettacolo che la Calò Livné ha diretto in sala Estense: «Ho viaggiato fino a qui con sedici ragazzi - conclude l’autrice - provenienti sia dai piccoli villaggi arabi che dalle metropoli israeliane. È un racconto interamente in teatro danza, il cosiddetto umanante: non si tratta solo di una storia, ma coinvolge l’emotività di chi è seduto in platea. Chi è sul palco, invece, veicola un messaggio di sincerità, per togliersi le maschere e abbandonare la violenza».

Matteo Bianchi

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