Raccontare l’Italia (ri)partendo da Faber e Pasolini
di SAMUELE GOVONI
Neri Marcorè torna al Comunale e porta in scena “Quello che non ho” e il Teatro Canzone
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Con Quello che non ho si chiude la Stagione di Prosa 2016/2017 al Teatro Comunale Abbado di Ferrara. Per il gran finale torna i città la coppia Marcorè-Gallione con uno spettacolo di Teatro Canzone che porta sul palco monologhi di Pier Paolo Pasolini e canzoni di Fabrizio De Andrè. Il titolo proviene proprio da un celebre brano del cantautore genovese, contenuto nell’album Fabrizio De Andrè, meglio noto come “il disco dell’indiano” (1981). “Quello che non ho - dice - un treno arrugginito che mi riporti indietro da dove sono partito”. Ed è proprio dal passato, dall’Italia degli anni Sessante e Settanta che i due (ri)partono per conoscere e capire il Paese di oggi. “Quello che non ho” sarà a Ferrara da venerdì a domenica. Nell’attesa abbiamo intervistato proprio Neri Marcorè.
Come nasce lo spettacolo?
«Tutto parte dall’idea di accostare gli sguardi di due simboli del nostro secondo Novecento: Fabrizio De Andrè e Pier Paolo Pasolini. Entrambi hanno saputo raccontare la società attraverso il proprio punto di vista mai scontato. Il primo lo ha fatto attraverso le parole e la musica, il secondo scrivendo saggi, romanzi e girando film».
Come lo descriverebbe?
«Cerchiamo di portare in scena i loro linguaggi, i loro punti di vista sull’Italia del tempo e su quella di oggi. Al di là delle profezie, specialmente di Pasolini, con Quello che non ho vogliamo capire se davvero oggi, a distanza di anni, siamo capaci di sganciarci dai vizi di quell’Italia o se ne siamo ancora legati, se possiamo guardare a quell’epoca con coscienza e spirito critico oppure no perché ne siamo ancora coinvolti».
E perché avete scelto il linguaggio del Teatro Canzone?
«A dire il vero è un po’ un misto. C’è il teatro Canzone, quello Civile ma ci sono anche risvolti politici che coinvolgono il pubblico e lo spingono a riflettere su ciò che è e su ciò che è stato. Non abbiamo la presunzione di insegnare qualcosa, diciamo semplicemente ciò che succede. Alla fine è lo spettatore a decidere se lasciarsi coinvolgere o se, una volta finito lo spettacolo, archiviare tutto e passare ad altro».
Cosa la affascina del Teatro Canzone?
«Mi era piaciuto con Un certo Signor G il fatto di aver unito canzoni e parole. Quello era uno spettacolo tutto incentrato su Giorgio Gaber, maestro del Teatro Canzone. Questa volta gli autori sui quali abbiamo lavorati sono due. Da Pasolini abbiamo preso i monologhi e da De Andrè le canzoni. Se ho incontrato difficoltà in questo lavoro? Direi di no. Con lo spettacolo giriamo l’Italia da due anni, abbiamo sempre avuto riscontri positivi e questa è una bella soddisfazione. Certo, la sfida è sempre la stessa: porsi nel modo migliore possibile a servizio del testo e recitare ogni sera con convinzione ed energia».
Quanto è importante per lei la versatilità?
«Diciamo che ciò che faccio è lo specchio di quello che sono. C’è chi nella sua carriera intraprende una strada e va dritto per quella - commenta - e c’è chi invece spazia in campi diversi. A me piace la poliedricità. Forse è anche una questione di indole, mi appassiona l’idea di variare e fare cose nuove».
Conosce bene Ferrara?
«Sì, è una città che conosco bene, che mi piace e che frequento sempre volentieri. L’ho scoperta sempre grazie al teatro, alle tournèe. Penso sia una realtà tranquilla e civile, ricca di storia, di arte e di spunti. Mi piace passeggiare per le vie del centro storico ma anche per le campagne circostanti e poi... io ho fatto l’università a Bologna, mia moglie è di Imola. Conosco le zone e mi piace questa pianura».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Come nasce lo spettacolo?
«Tutto parte dall’idea di accostare gli sguardi di due simboli del nostro secondo Novecento: Fabrizio De Andrè e Pier Paolo Pasolini. Entrambi hanno saputo raccontare la società attraverso il proprio punto di vista mai scontato. Il primo lo ha fatto attraverso le parole e la musica, il secondo scrivendo saggi, romanzi e girando film».
Come lo descriverebbe?
«Cerchiamo di portare in scena i loro linguaggi, i loro punti di vista sull’Italia del tempo e su quella di oggi. Al di là delle profezie, specialmente di Pasolini, con Quello che non ho vogliamo capire se davvero oggi, a distanza di anni, siamo capaci di sganciarci dai vizi di quell’Italia o se ne siamo ancora legati, se possiamo guardare a quell’epoca con coscienza e spirito critico oppure no perché ne siamo ancora coinvolti».
E perché avete scelto il linguaggio del Teatro Canzone?
«A dire il vero è un po’ un misto. C’è il teatro Canzone, quello Civile ma ci sono anche risvolti politici che coinvolgono il pubblico e lo spingono a riflettere su ciò che è e su ciò che è stato. Non abbiamo la presunzione di insegnare qualcosa, diciamo semplicemente ciò che succede. Alla fine è lo spettatore a decidere se lasciarsi coinvolgere o se, una volta finito lo spettacolo, archiviare tutto e passare ad altro».
Cosa la affascina del Teatro Canzone?
«Mi era piaciuto con Un certo Signor G il fatto di aver unito canzoni e parole. Quello era uno spettacolo tutto incentrato su Giorgio Gaber, maestro del Teatro Canzone. Questa volta gli autori sui quali abbiamo lavorati sono due. Da Pasolini abbiamo preso i monologhi e da De Andrè le canzoni. Se ho incontrato difficoltà in questo lavoro? Direi di no. Con lo spettacolo giriamo l’Italia da due anni, abbiamo sempre avuto riscontri positivi e questa è una bella soddisfazione. Certo, la sfida è sempre la stessa: porsi nel modo migliore possibile a servizio del testo e recitare ogni sera con convinzione ed energia».
Quanto è importante per lei la versatilità?
«Diciamo che ciò che faccio è lo specchio di quello che sono. C’è chi nella sua carriera intraprende una strada e va dritto per quella - commenta - e c’è chi invece spazia in campi diversi. A me piace la poliedricità. Forse è anche una questione di indole, mi appassiona l’idea di variare e fare cose nuove».
Conosce bene Ferrara?
«Sì, è una città che conosco bene, che mi piace e che frequento sempre volentieri. L’ho scoperta sempre grazie al teatro, alle tournèe. Penso sia una realtà tranquilla e civile, ricca di storia, di arte e di spunti. Mi piace passeggiare per le vie del centro storico ma anche per le campagne circostanti e poi... io ho fatto l’università a Bologna, mia moglie è di Imola. Conosco le zone e mi piace questa pianura».
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