La Nuova Ferrara

Torino festeggia la Gam gioiello di Bassi e Boschetti 

Torino festeggia la Gam gioiello di Bassi e Boschetti 

I due architetti ferraresi vinsero il concorso nazionale per la galleria d’arte «Inventammo uno spazio che in Italia non c’era, vincemmo all’unanimità»

5 MINUTI DI LETTURA





Architetto Bassi, ha visto cosa succede a Torino? Si riflette pubblicamente sulla genesi di un edificio e a queste riflessioni è stata allestita addirittura una mostra.
È una mostra dedicata alla nascita e alla architettura della Galleria d’Arte Moderna, la GAM, considerata il primo museo moderno italiano.
Racconti quel periodo che ha visto lei e il suo collega Boschetti, giovani architetti ferraresi, vincere il concorso per realizzare la Gam di Torino.
Siamo nei primi anni Cinquanta. Il Comune di Torino che ha avuto il vecchio palazzo dove si esponeva l’arte moderna distrutto dalle bombe, decide di aprire ad un concorso nazionale (sarà il primo in Italia dopo la guerra) la progettazione di un edificio esplicitamente dedicato alle mostre d’arte per la esposizione del patrimonio artistico moderno che aveva ricominciato ad affluire nel patrimonio della Città: c’era stato un acquisto simbolico che aveva dato avvio a questo nuovo inizio: uno stupendo Chagall. Il concorso bandito nel 1951 era previsto in due gradi. Parteciparono 40 progetti. Noi, Goffredo Boschetti e io, fummo presenti con un nostro progetto che identificammo con il motto: “Continuità 72”. Era la prima prova importante, da architetti, che affrontavamo. Ci cimentavamo su un tema architettonico completamente nuovo: il museo. In Italia non si era mai pensato a questa tipologia di edificio perché i palazzi storici che abbondavano si ritenevano adatti alla funzione di esporre l’arte. Quindi il concorso, era questa la sua grande novità, chiedeva ai progettisti italiani di “inventare” un edificio che non era mai stato pensato. Il nostro “Continuità 72” fu proclamato vincitore, alla fine del 1952, alla unanimità dei voti dei 13 componenti la Commissione giudicatrice che avevano esaminato 40 progetti.
Quali erano le caratteristiche di questo progetto innovativo?
Il bando di concorso era molto dettagliato relativamente a quanto era ritenuto necessario perché l’edificio potesse svolgere al meglio le funzioni per le quali andava progettato: In particolare si richiedeva una struttura a più piani con la prevalenza, nelle sale di mostra della illuminazione zenitale cioè dall’alto. Immaginare più piani e illuminazione dall’alto pareva una contraddizione. Non lo era nel nostro progetto dove non solo illuminavamo al meglio il primo piano con la luce zenitale ma questo piano era anche molto ampio e disponibile ad ogni possibilità di allestimento. Era un risultato clamoroso che ci consentì di pensare alla architettura dell’edificio proprio in funzione di questa particolarità completamente inedita. Oltre a questa soluzione decidemmo di collocare l’edificio principale orientato secondo l’asse elio termico in modo che ricevesse da est e da ovest la luce in modo ottimale. Questa scelta però contrastava con la storica urbanistica torinese delle aree centrali tutta legata alla geometria degli isolati. Il rispetto di questa geometria era considerato dai colleghi che ci seguivano nella progettazione, dirimente e non averla rispettata sarebbe stata per la Commissione una penalizzante ingenuità. Ma una grande ingenuità era anche considerata l’idea che l’edificio non avesse una ‘facciata’ riconoscibile e aprisse il suo ingresso verso una strada secondaria. Sappiamo che i Commissari dibatterono a lungo queste e altre particolarità considerate anomale tanto che il progetto passò al secondo grado di giudizio a maggioranza ma la soluzione della illuminazione era una provocazione che non poteva lasciare indifferenti e fece decidere per l’approvazione anche Commissari che nel corso del lungo esame si erano dichiarati contrari alla proposta di assetto, in un primo tempo considerato anomalo, del nostro progetto.
In quei mesi conobbe bene anche Vittorio Viale, il direttore dei musei di Torino…
La figura che in questa lunga vicenda ha retto il timone e del lungo dibattito in sede di concorso poi nel corso degli anni della realizzazione del progetto è stato proprio in professore Vittorio Viale, direttore dei musei torinesi il quale sposò il nostro progetto e ne guidò la realizzazione con dedizione ed entusiasmo, sostenendo sempre le idee dei “due giovani architetti ferraresi” (arrivammo nell’allestimento originario fino al disegno delle poltroncine della sala di conferenze) dei quali si sentiva come un padre. Io e Boschetti abbiamo goduto in ogni momento del suo appoggio e della sua benevolenza che alla fine divenne per tutti noi sincera amicizia. Ed è al suo nome e alla sua memoria che voglio dedicare questa quasi incredibile rivisitazione.
Quando concretamente si realizzò il progetto?
Nel 1954 fu posata la prima pietra e il 31 ottobre 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi inaugurava il nuovo Museo dedicato all’arte moderna e contemporanea attrezzato per essere luogo di mostre ma anche preziosa cittadella di studi. “Una sonora clausura” era la nostra immagine dell’opera. Scrive Riccardo Passoni nel catalogo: “E venne l’apertura del museo, con i suoi volumi vigorosamente esibiti con i suoi interni leggeri, dai muri ‘svuotati’ di materia ma dalle tramature insistite di corde di metallo, ove galleggiavano, sospesi, i quadri.” I vent’anni successivi furono esaltanti per la qualità delle mostre che Vittorio Viale con i suoi collaboratori allestì nelle sale luminose della GAM. Passarono nella galleria tutti i grandi nomi della pittura contemporanea mondiale facendo di Torino un riferimento fondamentale nella storia dell’arte. Ricordo per tutte la grande mostra del “Cavaliere azzurro” dedicata all’opera e al magistero di Paul Klee.
Solo Ferrara, con Franco Farina, in quegli anni contendeva la palma a Torino nel mostrare il “grande moderno”. Ma a Torino avveniva negli spazi che Boschetti e Bassi avevano inventato.
Tutto vero. Ora, quasi settant’anni dopo, questi spazi vengono rivisitati da una eccezionale e inaspettata decisione della attuale direzione del Museo. Vengono riletti, riportati alla loro originalità dopo un disastroso restauro messo in atto negli anni Ottanta che ha mutilato il complesso museale delle sue precipue e fondamentali originalità a cominciare dal trattamento della luce e, di conseguenza, della illuminazione delle sale espositive. Si sta sperimentando la riproposizione della idea originale con materiali di più sicura tenuta di quanto non potessero fare quelli inventati dai progettisti in anni di tecnologie molto povere. È in atto la realizzazione di una idea straordinaria per la quale, anche a nome di Boschetti che non è più con noi, sono molto grato e ammirato. La nostra prima creatura si appresta a ricevere il soffio di una nuova vita.
Gian Pietro Zerbini

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google