Le conquiste delle donne viste dallo sport
In mostra i successi femminili ai Giochi Olimpici: i traguardi nelle discipline raccontano storie di tenacia e determinazione
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Ogni foto, ogni sorriso, ogni urlo di gioia e di esaltazione lanciati da queste donne sono una straordinaria dimostrazione della tenacia, della resistenza alle fatiche e della capacità di superare gli ostacoli che hanno affrontato per arrivare alla vittoria. “L’emancipazione femminile vista attraverso i Giochi Olimpici” è la mostra che ieri ha inaugurato alla Galleria d’Arte Cloister, grazie alla concezione del Panathlon Club di Ferrara. L’obiettivo dell’esposizione, curata dalla docente Adriana Balzarini, è di far conoscere il lungo cammino che con impegno, costanza e talvolta con ribellione nei confronti delle regole, tante donne hanno combattuto e vinto nel mondo dello sport e in particolare in quello olimpico.
Nella società antica la cosiddetta “tregua olimpica” era un momento sacro. Era il frangente nel quale anche gli eserciti deponevano le armi e rinunciavano alla guerra di fronte alla competizione sportiva. I campioni di ciascun popolo si sfidavano su una pista da corsa, nel salto o nel lancio del disco, evitando dei massacri. Purtroppo l’evoluzione sociale ha cancellato il valore di questo rito, sebbene le parole di Nelson Mandela risuonino ancora: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Di unire la gente. Parla una lingua che tutti capiscono. Lo sport può creare la speranza laddove prima c’era solo disperazione». Parole che gli valsero il titolo di “invincibile”. Ma l’ideatore dei Giochi Olimpici moderni, il francese Pierre De Coubertin, non credeva che «un’Olimpiade femminile sarebbe stata pratica, interessante, estetica e corretta», opponendosi con tutto se stesso alle manifestazioni femminili ad Atene. Nel 1896, infatti, alla greca Stamàta Revìthi fu impedito di gareggiare nella prima Maratona della storia. Ella non si arrese e decise di correre ugualmente il giorno che seguiva la gara ufficiale riservata agli uomini. Dopo cinque ore tagliò il traguardo: il suo gesto esemplare aprì le porte alle donne per le Olimpiadi del 1900 che si tennero a Parigi. Degna di scandalo fu la protesta sindacale delle pattinatrici a Chamonix, nel 1924, quando si esibirono in un can-can che mise in mostra “senza ritegno” le loro mutandone di lana. Quel gesto permise la vittoria di Herma von Planck-Szabo nella gara individuale.
La beniamina del nostro Paese, l’atleta consegnata alla memoria nazionale fu Trebisonda Valla, detta “Ondina”, il primo oro olimpico italiano nel 1936, a Berlino. Perfino la propaganda fascista la elesse a esempio della gioventù dell’epoca. Parallelamente, però, da quell’edizione fu esclusa Gretel Bergman perché ebrea. La Germania nazista sapeva di dover dimostrare al mondo di essere tollerante, ma la sostituì comunque con un’altra atleta che in seguito si scoprirà essere un uomo. L’amore tra due atleti ha permesso l’impossibile. La favola vissuta fra un americano e una cecoslovacca, a Melbourne, nel ’56, rischiò l’incidente diplomatico. Al limite della guerra fredda e del diktat sovietico, Harold Connoly e Olga Fikotova si sposarono ugualmente, tenendo due continenti con il fiato sospeso. Per non parlare della romena Nadia Comaneci, regina della ginnastica, che chiese la cittadinanza statunitense.
Si è dovuto attendere il 1960, a Roma, per la prima Paralimpiade. Si riconobbe finalmente il diritto allo sport anche alle persone con disabilità. E non si è dovuto attendere molto perché figure come Paola Fantato si siano imposte nella loro specialità. Costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, che l’ha colpita all’età di otto anni, si è aggiudicata cinque ori paraolimpici, dal ’92 al ’04, confermando il suo lungo dominio assoluto nel tiro con l’arco.
Da allora non si contano le donne che si sono fermate nel cuore degli spettatori, così Sara Simeoni, Gabriella Dorio, Francesca Porcellato, Josefa Idem, Elisa Di Francisca, Federica Pellegrini, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali. Proprio le parole di quest’ultima sono andate a segno, ieri, come una grintosa stoccata: «Sono arrivati al traguardo sfidando regolamenti e stereotipi i visi delle donne che vedete in mostra oggi. La determinazione premia sempre. Le differenze contrattuali tra generi, l’assenza di tutela e un universo di sport dilettantistici ci rendono il soggetto più debole. Ma continueremo a provare il contrario, anche rispetto alle federazioni, lo specchio di una società che ha ancora tanto da conquistare. La maternità stessa – ha concluso la fiorettista – non deve essere penalizzata, né vissuta come un peso dalle atlete, perché famiglia e sport devono convivere».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nella società antica la cosiddetta “tregua olimpica” era un momento sacro. Era il frangente nel quale anche gli eserciti deponevano le armi e rinunciavano alla guerra di fronte alla competizione sportiva. I campioni di ciascun popolo si sfidavano su una pista da corsa, nel salto o nel lancio del disco, evitando dei massacri. Purtroppo l’evoluzione sociale ha cancellato il valore di questo rito, sebbene le parole di Nelson Mandela risuonino ancora: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Di unire la gente. Parla una lingua che tutti capiscono. Lo sport può creare la speranza laddove prima c’era solo disperazione». Parole che gli valsero il titolo di “invincibile”. Ma l’ideatore dei Giochi Olimpici moderni, il francese Pierre De Coubertin, non credeva che «un’Olimpiade femminile sarebbe stata pratica, interessante, estetica e corretta», opponendosi con tutto se stesso alle manifestazioni femminili ad Atene. Nel 1896, infatti, alla greca Stamàta Revìthi fu impedito di gareggiare nella prima Maratona della storia. Ella non si arrese e decise di correre ugualmente il giorno che seguiva la gara ufficiale riservata agli uomini. Dopo cinque ore tagliò il traguardo: il suo gesto esemplare aprì le porte alle donne per le Olimpiadi del 1900 che si tennero a Parigi. Degna di scandalo fu la protesta sindacale delle pattinatrici a Chamonix, nel 1924, quando si esibirono in un can-can che mise in mostra “senza ritegno” le loro mutandone di lana. Quel gesto permise la vittoria di Herma von Planck-Szabo nella gara individuale.
La beniamina del nostro Paese, l’atleta consegnata alla memoria nazionale fu Trebisonda Valla, detta “Ondina”, il primo oro olimpico italiano nel 1936, a Berlino. Perfino la propaganda fascista la elesse a esempio della gioventù dell’epoca. Parallelamente, però, da quell’edizione fu esclusa Gretel Bergman perché ebrea. La Germania nazista sapeva di dover dimostrare al mondo di essere tollerante, ma la sostituì comunque con un’altra atleta che in seguito si scoprirà essere un uomo. L’amore tra due atleti ha permesso l’impossibile. La favola vissuta fra un americano e una cecoslovacca, a Melbourne, nel ’56, rischiò l’incidente diplomatico. Al limite della guerra fredda e del diktat sovietico, Harold Connoly e Olga Fikotova si sposarono ugualmente, tenendo due continenti con il fiato sospeso. Per non parlare della romena Nadia Comaneci, regina della ginnastica, che chiese la cittadinanza statunitense.
Si è dovuto attendere il 1960, a Roma, per la prima Paralimpiade. Si riconobbe finalmente il diritto allo sport anche alle persone con disabilità. E non si è dovuto attendere molto perché figure come Paola Fantato si siano imposte nella loro specialità. Costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, che l’ha colpita all’età di otto anni, si è aggiudicata cinque ori paraolimpici, dal ’92 al ’04, confermando il suo lungo dominio assoluto nel tiro con l’arco.
Da allora non si contano le donne che si sono fermate nel cuore degli spettatori, così Sara Simeoni, Gabriella Dorio, Francesca Porcellato, Josefa Idem, Elisa Di Francisca, Federica Pellegrini, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali. Proprio le parole di quest’ultima sono andate a segno, ieri, come una grintosa stoccata: «Sono arrivati al traguardo sfidando regolamenti e stereotipi i visi delle donne che vedete in mostra oggi. La determinazione premia sempre. Le differenze contrattuali tra generi, l’assenza di tutela e un universo di sport dilettantistici ci rendono il soggetto più debole. Ma continueremo a provare il contrario, anche rispetto alle federazioni, lo specchio di una società che ha ancora tanto da conquistare. La maternità stessa – ha concluso la fiorettista – non deve essere penalizzata, né vissuta come un peso dalle atlete, perché famiglia e sport devono convivere».
Matteo Bianchi
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