La Nuova Ferrara

“1972”, una storia di vita tra amore e rivoluzione 

di SAMUELE GOVONI
“1972”, una storia di vita tra amore e rivoluzione 

L’esordio letterario della Capossele arriva 25 anni dopo

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Febbraio 1972, il padre di Cristina annuncia a lei e a tutta la famiglia, che si sarebbero trasferiti da Ferrara a Bologna. Una nuova casa, in una nuova città con nuove compagnie. In quel momento tutto cambia. I rapporti familiari già in bilico vengono messi a dura prova da un trasloco forzato che nessuno vuole davvero, forse nemmeno il padre. Quaranta chilometri che a inizio anni Settanta sembravano migliaia. Bologna era un’altra cosa. Ferrara tra le sue mura e la sua nebbia viveva di “vita propria”. Il capoluogo emiliano invece, con le sue regole, l’università, il fermento e quella condizione cittadina che metteva a disagio i “provinciali”, era più “al centro del mondo”.
È in questi anni di fermento culturale, sociale e politico che è ambientato 1972, romanzo d’esordio di Francesca Capossele. La scrittrice, vive e lavora a Ferrara e anche se questo libro è stato scritto «a mano» 25 anni fa, ha visto la luce solo ora; quasi a mezzo secolo di distanza da quegli anni Settanta che stravolsero (e cambiarono per sempre) i tempi e l’Italia. L’opera, edita da Playground, esce domani in tutte le librerie d’Italia e la prima presentazione pubblica sarà proprio a Ferrara martedì 4 aprile alle 17.30 all’Ibs+Libraccio (piazza Trento e Trieste).
La forza e la particolarità di 1972 è quella di saper raccontare un’epoca senza cadere nei classici simboli di quel periodo come le manifestazioni, le lotte studentesche, le piazze, i cortei, le cariche. Ci sono, ma sullo sfondo. La rivoluzione raccontata dalla Capossele parte dalla casa, dalla famiglia. Cristina nella prima metà degli anni Settanta è adolescente. C’è il rapporto complice col fratello quasi coetaneo (Marcello è più grande di un anno) col quale si confida, esce, gioca; ci sono i silenzi e le incomprensioni tra lei e i genitori, sempre più distanti e alienati, c’è una sorella piccola, nata “troppo tardi” e che tutti vivono più quasi come un peso piuttosto che come una della famiglia. E poi c’è Ferrara, i vicoli, parco Massari e piazza Ariostea, il Delta del Po, le officine, le botteghe e quel “piccolo mondo antico” che oggi non esiste più. Ci sono la voglia di emancipazione, la scoperta del proibito, i primi approcci con l’amore e col sesso. Insomma, c’è la vita. La vita di Cristina che si intreccia con quella degli amici, dei parenti, dei conoscenti ma anche con quella degli “altri”. Francesca Capossele ha saputo inserire nelle sue pagine dinamiche private, interne, capaci però di parlare a tanti. I bisticci, le incomprensioni, la solitudine, la voglia di fuggire o di restare per affrontare le situazioni. L’odore del cambiamento, la consapevolezza che nulla sarebbe mai più stato come prima e il coraggio di affrontare quel momento che sancisce il passaggio che separa la giovinezza dall’età adulta. Il momento della responsabilità, dei ricordi, della nostalgia, dei rimpianti.
«Non è un romanzo autobiografico. Anche se l’età della protagonista, la mia e gli anni dell’ambientazione coincidono - spiega l’autrice -, i personaggi sono tutti inventati. I luoghi, invece, quelli sono veri. Le case di cui parlo le ho abitate, il Po, le golene... sono luoghi legati alla mia infanzia e alla mia giovinezza. Credo che di quell’epoca, degli anni ’70, resti una profonda rivoluzione dei costumi. I rapporti interpersonali sono cambiati, il ruolo della donna nella società, l’emancipazione. C’era bisogno di dare un taglio netto con ciò che era stato fino a quel momento e così è stato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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