La Nuova Ferrara

l’estratto 

L’annuncio della partenza e la paura di un futuro incerto

L’annuncio della partenza e la paura di un futuro incerto

Questo brano è un estratto del primo capitolo di “1972”, romanzo d’esordio di Francesca Capossele. Cristina, la protagonista all’epoca adolescente, confida al suo fidanzato, Fulvio, che di lì a pochi...

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Questo brano è un estratto del primo capitolo di “1972”, romanzo d’esordio di Francesca Capossele. Cristina, la protagonista all’epoca adolescente, confida al suo fidanzato, Fulvio, che di lì a pochi mesi avrebbe lasciato Ferrara per trasferirsi con la famiglia a Bologna.
Alla fine trovai il coraggio di dirglielo. Di dirgli: Fulvio, a giugno me ne vado da Ferrara, i miei si trasferiscono a Bologna. Trovai il coraggio di avvertire fino in fondo il freddo della panchina e dell’ombra che rapidamente si estendeva nel Parco Massari. «Lo sapevi di sicuro da tempo.» Il suo tono era così deluso che arrossii di vergogna.
«Ci hai messo tanto a parlarmene perché lasciando Ferrara, lasci anche me. Ecco perché. Perciò non dire altro, Cristina.» Fece un breve gesto con la mano, come per fermarmi. Nella voce, all’improvviso, una sfumatura di noia: «Non sei una sentimentale, ma neppure una bugiarda. È in questo modo che dovrà andare, perciò non pensiamoci, non in questi mesi che ci restano.» Appoggiò all’improvviso la testa sulle mie ginocchia, sentivo la sua bocca attraverso il nylon delle calze. D’un tratto il pensiero del nostro primo bacio, un anno prima, mi attraversò la mente. Ritrovai quell’ansia, quell’inesperienza, la Cantina deserta e la pioggia di primavera che batteva sopra i vetri sporchi. Stavo per dirgli: Fulvio, continuerà tutto come prima, non dobbiamo temere niente, dipende da noi, solo da noi. Ma in quel momento lui alzò la testa. «Rimpiango solo» disse, «di non aver fatto l’amore con te, ora non si può più, lo so, lo sento.» Mi alzai imbarazzata. «Camminiamo» gli risposi, «ho freddo.» Lasciammo il vecchio parco in quell’ora senza luce che precede la sera. Ho sempre avuto paura di quel momento della giornata, senza giorno e senza notte. È come se le cose fossero immerse in un anticolore. L’ora della morte, delle apparizioni. L’ora in cui i ritratti muovono gli occhi. L’ora in cui nonna Amelia suonava il pianoforte. Il suo piano, già ridotto al silenzio, era stato giudicato intrasportabile a Bologna e quindi venduto. L’ora del nulla. Camminavamo attorno a Piazza Ariostea tenendoci per mano, come se non ci fossimo detti nulla. Nel silenzio ripensavo alla casa di Fulvio, ai momenti passati a leggere insieme sul tavolo della cucina, coperta di tela cerata, mentre si sentiva in lontananza la musica che sua sorella stava ascoltando, nella loro camera. Oppure eravamo noi in quella camera, perché la cucina era occupata dalla sorella che dava qualche ripetizione. Finalmente un letto su cui rotolarsi... All’improvviso cercai di rompere il silenzioso imbarazzo che era sceso tra noi. «Anch’io sono triste, sai» gli dissi in tono risentito, «ma cosa credi? Che per me sia facile? Ho una gran paura del futuro!» (...) Quella sera rientrai a casa triste ed irritata con me stessa. «Glielo hai detto, vero?» mi chiese Marcello. Aggiunse che anche per lui era una gran pena tenerglielo nascosto . Ci sedemmo uno di fronte all’altra, sui nostri letti: «Perché lo lasci?» Mio fratello mi prese una mano e me la strinse forte. «Ti vuole bene!» Vedendo che non rispondevo, Marcello proseguì: «Certo è moralista e molto normativo. Sta nel Partito Comunista come lo zio Olao e la Mara. Dimmi tu, cosa è cambiato da quando loro erano giovani. Chissà cosa spera Fulvio!» «Sì, è un po’ moralista» commentai assorta, «ma non è per questo che lo lascio.» Mi alzai e andai verso la finestra. Tra le fessure delle vecchie persiane di legno, scorsi la strada già addormentata, con gli occhi fissi su quella via che stavo per lasciare. (...) Mi girai di nuovo verso mio fratello, che non si era mosso, mi ascoltava attento, seduto sul suo letto. «Ma non può andare lo stesso» conclusi, stringendomi le spalle. «Andava bene finché eravamo a Ferrara, ma fuori di qui, la nostra storia non ha speranza.»
(per gentile concessione dell’editore Playground)

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