Ferrara, associazioni infuriate: la Casa della Patria è la sede di 2.500 soci
Disagi per l’annuncio dell’arrivo del Museo del Risorgimento. La rabbia dei responsabili: qui il cuore pulsante della storia
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:tempo-libero:1.15131839:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/associazioni-infuriate-casa-della-patria-sede-di-2500-soci/71033/71473]]
FERRARA. La notizia è arrivata improvvisa una ventina di giorni fa durante una conferenza stampa del Comune, quando nel presentare i lavori di Palazzo dei Diamanti, il vicesindaco Massimo Maisto ha annunciato il conseguente spostamento del Museo del Risorgimento e della Resistenza dall’attuale sede alla ‘Casa della Patria Pico Cavalieri’ in corso Giovecca. Apriti cielo, immediate le reazioni negative da parte dei responsabili delle 13 associazioni che hanno la propria sede all’interno dello storico palazzo, donato dalla famiglia Cavalieri nel lontano 1918. Arrabbiatura motivata da due motivi: l’assenza di comunicazioni al riguardo da parte dell’amministrazione comunale e i documenti che certificano il lascito per le associazioni combattentistiche. La cosa curiosa è che inizialmente l’edificio di corso Giovecca doveva ospitare proprio il Museo del Risorgimento ma, visto che il progetto non andò a buon fine, fu rettificato il lascito con il nome di ‘Casa della Patria - Pico Cavalieri’.
A distanza ormai di tre settimane da tale annuncio ancora non si sono registrare novità, così oltre alla lettera firmata da tutti i presidenti delle associazioni che si trovano in corso Giovecca (la proponiamo integrale a lato), abbiamo incontrato alcuni referenti, ossia Donato Bragatto presidente dell’Associazione di ricerche storiche “Pico Cavalieri), il coordinatore dei vari gruppi Francesco Mascellani e Marina Montini dell’Associazione nazionale combattenti e reduci. Per fare un passo indietro nella storia del palazzo il primo a intervenire è proprio Mascellani: «Il Museo del Risorgimento nacque nel 1903, poi doveva trasferirsi qui ma la cittadinanza si rifiutò così questa divenne la sede delle associazioni combattentistiche, anche se inizialmente fu adibito perfino ad abitazioni. La famiglia Cavalieri fece infatti causa al Comune per riavere il palazzo, fu chiusa nel 1930 con l’accordo che diventasse per l’appunto sede delle associazioni legate alla Prima Guerra Mondiale e cambiò il nome».
Con un balzo di oltre 70 anni si arriva al terremoto del 2012, i cui segni sono ancora evidenti, basti pensare che per accedere al primo piano bisogna passare attraverso il rinforzo posto allora dal Comune. «I nostri uffici di fatto non sono mai stati chiusi - racconta la Montini -, ma al pubblico sono stati riaperti solo nel 2014 e un’ala del palazzo è ancora chiusa. Immaginatevi i nostri vecchi soci come fanno ad entrare, poi il problema è che per ragioni di spazio non si riescono ad organizzare incontri pubblici, così per l’attività non ordinaria dobbiamo sempre chiedere ospitalità». «Per questo - aggiunge Bragatto - un cittadino normale e forse pure qualche amministratore crede che qui non ci siano persone o uffici. Invece, ci sono 13 associazioni, quasi 2.500 soci e diverse attività anche se alcuni gruppi dopo il terremoto si sono dovuti trasferire».
Come detto prima, il motivo dell’arrabbiatura e l’assenza di comunicazioni: «Erano circolate voci di corridoio - dicono -, poi un altro segnale a metà febbraio con l’ultima visita tecnica per il ripristino post terremoto, a cui erano presenti i responsabili del Museo del Risorgimento e della Resistenza. Ma l’annuncio dato alla stampa ci ha spiazzati, stavamo ancora aspettando i lavori post sisma e scopriamo che dovremo andare via, senza ricevere comunicazioni e senza avere risposte dall’amministrazione alla nostra richiesta di incontro inviata il 21 marzo».
Seconda ragione della protesta il documento che attesta la cessione del palazzo alle associazioni combattentistiche: «Il lascito - spiegano - è un atto legale, si può interpretare ma non rinnegare e la soluzione dovrà necessariamente accontentare tutti. Non vogliamo uno scontro con il Comune, ma neppure andare via, perché qui c’è il cuore pulsante di una parte importante della storia italiana e di Ferrara, patrimonio che non va disperso. Si stanno muovendo anche le nostre associazioni nazionali: si deve trovare un accomodamento decoroso per tutti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
