La Nuova Ferrara

Buffa riporta alla luce storie di uomini dimenticati 

di GIORGIO NISINI
Buffa riporta alla luce storie di uomini dimenticati 

Il libro “Non volevo morire così” narra le vicende carcerarie nelle isole di Santo Stefano e Ventotene

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La storia di Santo Stefano e Ventotene, le isole ponziane che per anni sono state luoghi di detenzione e confino, è anche e soprattutto storia di uomini dimenticati. Nell’enorme carcere panottico fatto costruire a fine ’700 dai Borboni, oggi ridotto a un rudere architettonico di spettrale e inquietante bellezza, o tra le strade della cittadella confinaria voluta da Mussolini per gli oppositori del regime, non passarono solo i nomi celebri di alcuni tra i futuri padri costituenti dell’Italia repubblicana e dell’Europa, da Sandro Pertini ad Altiero Spinelli, da Ernesto Rossi a Eugenio Colorni, o di famosi assassini come Gaetano Bresci, regicida anarchico che all’alba del ’900 pose fine alla vita di Umberto I, ma anche quelli di gente comune: ergastolani, camorristi, prigionieri politici, innocenti condannati per un errore giudiziario o per vendetta. Le loro storie, altrimenti destinate all’oblio, vengono riportate alla luce in un volume di Pier Vittorio Buffa, giornalista che da anni si dedica a ricerca storica e scrittura. Il titolo (edito da Nutrimenti) è Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino.
Buffa, con il suo aplomb narrativo che Emma Bonino, nella prefazione, ha definito “drammatico e godibile”, ci racconta le isole del Tirreno come luoghi insieme reali e metaforici, dove i concetti di vita e di morte, libertà e reclusione, sembrano vivere una loro strana e paradossale simmetria. Basti pensare al singolare caso della Repubblica autonoma di Santo Stefano, istituita pochi mesi prima dell’Unità d’Italia da un gruppo di camorristi evasi dopo l’allontanamento delle guardie borboniche; o al famoso manifesto Per un’Europa libera e unita, riconosciuto oggi come l’atto fondativo dell’Unione Europea, elaborato nel clima di concentrazione forzata che portò a Ventotene alcuni tra i più lucidi intellettuali antifascisti. Ma oltre a questo c’è dell’altro, perché lì si sviluppò un contraddittorio conflitto tra pensieri di morte e libertà, a cui nessuno dei carcerati citati riuscì a sottrarsi.
La scrittura di Buffa ci porta così a sondare i lati più intimi di una storia minore d’Italia, storia di uomini diversissimi accomunati da uno stesso spazio di colpa ed espiazione. A questi uomini, anche ai più reietti, l’autore concede un’ultima possibilità di parola, lasciando emergere da un lungo silenzio le loro vicende private. Fra tante a colpire di più è quella di Giovanni Andrea Addessi, giovane benestante di Fondi, felicemente sposato e padre, che un giorno fu costretto a misurarsi con qualcosa di oscuro e inatteso: l’amore per la moglie del suo giardiniere. Giovanni finirà ergastolano e suicida a Santo Stefano perché incolpato di un delitto che non aveva compiuto. La vicenda appare forse la più paradigmatica a dar la misura dell’imprevedibile logica che presiede la vita umana, mostrando non solo come crudeltà e male siano profondamente intrecciati con amore e desiderio, ma come il libro di Buffa abbia soprattutto ha a che fare con le imperscrutabili ragioni del destino.

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