La Nuova Ferrara

«Mi piace raccontare il mondo delle periferie Dove non va nessuno» 

«Mi piace raccontare il mondo delle periferie Dove non va nessuno» 

Dopo Acciaio e Marina Bellezza, la scrittrice torna in città «Mi stanno cari gli adolescenti e la loro rivoluzione delicata»

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Dopo il successo di Acciaio e di Marina Bellezza, Silvia Avallone torna in città con il suo nuovo romanzo, “Da dove la vita è perfetta”, edito da Rizzoli. Domani, alle 18, ospite della libreria Ibs+Libraccio, a presentarla sarà la giornalista Camilla Ghedini.
Per fortuna la vita non è perfetta. Allora perché non siamo mai soddisfatti di noi stessi?
«Il mondo è già un paradiso - risponde -, solo che non riusciamo a vederlo. E cito a memoria I fratelli Karamazov, di Dostoevskij. L’imperfezione non fa parte della vita, ma della meccanica del desiderio. Questo ci permette di spostarci sempre un poco più in là e, in fondo, non è male».
Come ha affrontato la gravidanza di Adele? Mi torna in mente la spensieratezza del film “Juno”.
«Alla favola prediligo le contraddizioni della realtà. La mia Adele è molto diversa da Juno perché si innamora del battito che ascolta. E quell’amore la fa potenzialmente madre, non la gravidanza. Il contesto, la famiglia e la sua età le renderanno apparentemente impossibile questo percorso, però intanto lo comincia».
La piccola Nilde ha lasciato il segno anche tra le pagine?
«La maternità aggiunge alla scrittura, non toglie mai, come penso a tutti i lavori. Offre strumenti e competenze. Mia figlia, specialmente dopo che è nata, mi ha dato tanto in termini di concentrazione e di creatività, a tal punto che ho scritto insieme a lei».
È stato più difficile tornare nei panni di una ragazzina o mettersi in quelli di una madre esperta: voltarsi indietro o guardare avanti?
«Per me è bellissimo mettermi nei panni di tutti, anche degli uomini bestiali. Mi stanno cari gli adolescenti perché vivono l’età del conflitto per eccellenza. Cercano la loro identità, litigano con i genitori, fanno i forti, ma sono estremamente fragili. La loro è una rivoluzione delicata».
Il libro attraversa una crescita, dentro e intorno ai personaggi. Perché ha scelto il quartiere Labriola come bacino di storie?
«Amo molto le province e le periferie. I personaggi che le abitano hanno l’esigenza di una via d’uscita, cambiamenti radicali. Poi mi piace raccontare un mondo in cui non va mai nessuno, se non Papa Francesco. Da tanto tempo non ci arrivano più né la politica italiana, né le scuole. In sostanza, non arriva più la cultura che migliora il futuro delle persone».
La forza di Manuel scaturisce dalla sua inadeguatezza. È questo il bello dell’esistenza, non essere mai pronti?
«Ogni mio personaggio ha un vuoto, una cicatrice, un “senza”. Nel caso di Dora è evidente, dato che nasce con una malformazione fisica, mentre gli altri le portano dentro. La nostra società ci esorta a essere invincibili e senza macchia, ma è un’utopia, o meglio, una bugia. Il dolore non ci rende migliori o più felici, ma degni di riscatto. Ci rende capaci di un’alternativa».
Sembra che Zeno riesca a trovare le parole giuste, ma non a realizzarle. E forse non ci è mai riuscito nessuno. È un tributo alla letteratura?
«Zeno ha una fiducia nei libri che è la mia stessa; sarà ingenuo e naif, però sull’autobus per il Liceo Galvani sale davvero, quindi se andrà all’università cambierà la sua esistenza, lasciandosi alle spalle i “lombriconi”. Al contempo è anche umano, e si sente sfigato mentre sta sui libri e i ragazzi del villaggio giocano a pallone, cioè sono protagonisti effettivi del loro palcoscenico. La scelta di guardare dalla finestra, di stare un passo indietro e scrivere, forse non salva il mondo, ma un pochino lo cambia».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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