La Nuova Ferrara

Lucarelli e la storia di Igor/Ezechiele «È simile a un classico caso da giallo» 

Lucarelli e la storia di Igor/Ezechiele «È simile a un classico caso da giallo» 

Sabato in piazzetta Trepponti il popolare scrittore presenterà il suo romanzo “Intrigo Italiano” Torna in scena il commissario De Luca: personaggio sempre in contraddizione per essere se stesso

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Uno dei maestri del giallo internazionale è tra gli ospiti più attesi di Nero Laguna. Erano anni che Carlo Lucarelli non si fermava nel Ferrarese e tornerà sabato, in piazzetta Trepponti, con Intrigo Italiano (Einaudi). Il romanzo riporta sotto i riflettori il commissario De Luca e la sua abnegazione. Nei panni stretti di una spia, anche stavolta l’eroe di Lucarelli riuscirà a scardinare la rigidità italiana per salvare la sua patria dai malviventi, ma di più, anche dal suo modo di fare. L’indagine poliziesca resta uno spunto per mettere a fuoco il presente con le lenti del passato e riflettere sugli errori commessi. D’altronde, lo scrittore sa bene che in questo Paese la coerenza mai ha avuto la meglio e chi ha rischiato la vita “per il bene supremo dello Stato” spesso lo ha fatto di propria iniziativa.
Perché il commissario De Luca veste i panni di un agente segreto?
«È un personaggio che dev’essere in contraddizione con se stesso per andare avanti. Quando ho concluso Via delle Oche - spiega l’autore - mi sono chiesto cosa gli potesse succedere. Tornare a essere quello che era, o venire cooptato dai servizi segreti? Ed eccolo là, ho scelto per lui una situazione spiacevole, nella quale cerca di fare il mestiere di poliziotto nonostante quello che lo circonda».
Al suo fianco un giovane agente lo aiuta e al contempo lo tiene d’occhio. Come mai?
«Mi interessava mantenere contraddittoria l’intera situazione. La sua spalla, tipica del genere giallo, è più complessa del solito: un aiutante, ma anche un nemico che lo osserva. Nessuno è quello che sembra, neanche il Watson di turno, e ognuno ha qualcosa da nascondere».
Il ritratto di Bologna che lascia al lettore è nostalgico. Le manca molto?
«Rimane un ottimo scenario, perché negli anni ’50 era diversa, piena di neve e musica. E le luci modeste del Natale si notavano di più, in contrasto con le ultime macerie della guerra. Studiando la Bologna di allora il dolce consumismo non è stato il mio punto di partenza, è venuto dopo».
La lotta per il potere e la conseguente confusione politica in Italia non si sono placati, neanche oggi.
«Il nostro Paese ha necessità di cambiare, abbiamo bisogno di riformarci. Guardiamo al caso recente di Cantone e dell’Anac. Tuttavia continuiamo a subire resistenze enormi rispetto alla volontà di trasparenza. Ogni giorno sui quotidiani c’è una nuova inchiesta che pesa sul nostro territorio, come il Processo Emilia. È una battaglia che non si esaurirà tanto in fretta».
La tendenza alla corruzione è la stessa che ha aperto la porta delle istituzioni alla malavita?
«Una delle sfide che sta combattendo anche Libera, è contro la famosa zona grigia che consente l’infiltrazione delle associazioni mafiose nelle società civile. Oramai non si tratta neanche più di criminalità organizzata, quell’area nera che chiedeva il pizzo e commerciava in droga o in prostituzione. Non si può dire che ogni corruttore sia un mafioso, ma di sicuro tutti i mafiosi corrompono. L’anello debole della catena sono i soldi: il riciclo di denaro sporco ha trovato spazio nel “fare affari” di noi emiliano-romagnoli».
Nel saggio La mattanza si concentra sul periodo in cui Riina e i Corleonesi fecero la guerra allo Stato. In 15 anni sono riusciti a dimostrare la debolezza di chi governava?
«Assistere al fatto che i mafiosi, fino a metà anni ’90, potevano essere processati e assolti in blocco per mancanza di prove, è stato deleterio. Il cosiddetto “porto delle nebbie”, per chi si fermava a Roma, ci ha trasmesso che potessero fare quello che volevano. Altri, però, hanno cercato di opporsi e invertire la tendenza, quella malvagia locomotiva: Falcone, Borsellino, Ambrosoli non si sono scoraggiati. ORa siamo noi che esportiamo l’antimafia nel resto del mondo. In Canada non hanno nemmeno leggi sui reati associativi e in Australia non esiste l’associazione a delinquere. Sono Paesi abituati a reagire a rapinatori comuni, che si sono trovati parte del territorio comprato dall’Ndrangheta. Noi saremo stati i primi malati, vero, ma pure i primi medici».
Qual è la sua opinione in merito all’eco mediatica scatenata dalla caccia di “Igor il russo”?
«L’eco ha ragione di esserci perché molte volte aiuta: la polizia si appella agli occhi della gente quando succede qualcosa di grave. Paradossalmente ha rivelato un appeal molto importante - conclude Lucarelli -, perché è simile ad un classico caso da giallo, che potrebbe essere stato scritto da Carlotto o da Lilin oppure rappresentato in una serie tv. Spero la stampa lo abbia sfruttato per raccontare i problemi di un contesto e le difficoltà di un’indagine, non solo per vendere qualche copia in più».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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