Città e jazz, Pini in parete a Vienna
L’artista ferrarese espone nella capitale austriaca: «Tappa importante per me»
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A volte molte vicende della nostra vita nascono da incontri casuali o fortunati. Probabilmente come quello avvenuto due anni orsono fra l’artista Alfredo Pini, uno tra i più apprezzati pittori del panorama artistico-contemporaneo ferrarese e nazionale ed il gallerista viennese Didì Reuter che, di passaggio in Italia da alcuni amici veneti notò un dipinto del maestro ferrarese appeso alla parete. Colpito da quelle “sciabolate cromatiche” Reuter prolunga la sua visita in Italia e si avvia in direzione Ferrara, per conoscerlo e proporgli una intensa collaborazione confluita in seguito nella realizzazione di una mostra personale dal titolo: “Cityazz, Citjazz” che ha visto l’avvio lo scorso 21 aprile per proseguire fino a giovedì, nella Trashart Gallery di Währinger Straße 170 di Vienna.
Ci può spiegare il titolo?
«Non c’è tanto da spiegare - risponde Pini -; solitamente uso titoli che possano avere significati ambigui, tipo mobile immobile, oppure sorvolando sui particolari o andante ma non troppo. Per non snaturare una mia caratteristica, ed essendoci problemi con la lingua ho usato questi due termini che sottintendono a soggetti tipici della mia pittura, City e Jazz, chi preferisce le città propenderà più per cityazz, chi preferisce il jazz più per citjazz».
Ha già avuto occasione di esporre all’estero?
«In varie circostanze, in Europa e pure negli Stati Uniti. È sempre una grande esperienza uscire dalle mura domestiche e solitamente anche un piacere che unisce l’utile al dilettevole, visto che quasi sempre ne ho approfittato per fare alcuni giorni di vacanza con la famiglia».
Città e jazz come possono coesistere?
«Amo definirmi un vagabondo della pittura. Non amo ciò che è scontato né i conformismi. La pittura, l'arte la intendo come sinonimo di libera ispirazione. Non conta tanto il soggetto che dipingi, ma lo stile che è una calligrafia. Il jazz, che poi non è solo il jazz ma la musica in generale, è venuto molto prima. Rappresenta la parte introspettiva di ciascuno di noi, è qualcosa di intimo, passionale, che indica nel mio intento la necessità di coltivare le nostre passioni, come può essere la musica, e riappropriarci del nostro tempo. In contrapposizione c'è la parte materiale di ciascuno di noi, ciò che è esterno a noi ma che riguarda tutti, come appunto l’ambiente in cui viviamo. E questo spesso viaggia a ritmi differenti, frenetici, frustranti come nelle città».
Ci sono novità stilistiche in questa esposizione?
«Cerco di non ripetermi, di guardare sempre avanti e cambiare la mia pittura in funzione dei tempi. In questa mostra ho accentuato gli effetti di movimento, viviamo periodi storici che viaggiano a velocità sorprendenti, tutto si trasforma continuamente, cerco di trasmettere questa idea di mutamenti continui alla mia pittura attraverso pennellate veloci che inducano a sensazioni d’instabilità e moto continuo. Tutto il contrario della pittura metafisica. Cosa mi aspetto da questa mostra? È una tappa importante, per cui il timore che qualcosa non vada come deve c’è sempre. Ma è quasi un anno che la sto preparando per cui sono fiducioso. Vienna, poi, è una città che vive di arte - conclude -, quello che succede in quel luogo agisce come una smisurata cassa di risonanza, sia nel bene che nel male».
Vincenzo Iannuzzo
Ci può spiegare il titolo?
«Non c’è tanto da spiegare - risponde Pini -; solitamente uso titoli che possano avere significati ambigui, tipo mobile immobile, oppure sorvolando sui particolari o andante ma non troppo. Per non snaturare una mia caratteristica, ed essendoci problemi con la lingua ho usato questi due termini che sottintendono a soggetti tipici della mia pittura, City e Jazz, chi preferisce le città propenderà più per cityazz, chi preferisce il jazz più per citjazz».
Ha già avuto occasione di esporre all’estero?
«In varie circostanze, in Europa e pure negli Stati Uniti. È sempre una grande esperienza uscire dalle mura domestiche e solitamente anche un piacere che unisce l’utile al dilettevole, visto che quasi sempre ne ho approfittato per fare alcuni giorni di vacanza con la famiglia».
Città e jazz come possono coesistere?
«Amo definirmi un vagabondo della pittura. Non amo ciò che è scontato né i conformismi. La pittura, l'arte la intendo come sinonimo di libera ispirazione. Non conta tanto il soggetto che dipingi, ma lo stile che è una calligrafia. Il jazz, che poi non è solo il jazz ma la musica in generale, è venuto molto prima. Rappresenta la parte introspettiva di ciascuno di noi, è qualcosa di intimo, passionale, che indica nel mio intento la necessità di coltivare le nostre passioni, come può essere la musica, e riappropriarci del nostro tempo. In contrapposizione c'è la parte materiale di ciascuno di noi, ciò che è esterno a noi ma che riguarda tutti, come appunto l’ambiente in cui viviamo. E questo spesso viaggia a ritmi differenti, frenetici, frustranti come nelle città».
Ci sono novità stilistiche in questa esposizione?
«Cerco di non ripetermi, di guardare sempre avanti e cambiare la mia pittura in funzione dei tempi. In questa mostra ho accentuato gli effetti di movimento, viviamo periodi storici che viaggiano a velocità sorprendenti, tutto si trasforma continuamente, cerco di trasmettere questa idea di mutamenti continui alla mia pittura attraverso pennellate veloci che inducano a sensazioni d’instabilità e moto continuo. Tutto il contrario della pittura metafisica. Cosa mi aspetto da questa mostra? È una tappa importante, per cui il timore che qualcosa non vada come deve c’è sempre. Ma è quasi un anno che la sto preparando per cui sono fiducioso. Vienna, poi, è una città che vive di arte - conclude -, quello che succede in quel luogo agisce come una smisurata cassa di risonanza, sia nel bene che nel male».
Vincenzo Iannuzzo
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