L’incredibile intuizione chiamata Dipartimento jazz
L’innovativo percorso di studi compie dieci anni all’insegna di numeri in crescita Manuzzi: i nostri ragazzi sanno lasciare il segno. Decisivo il rapporto col Torrione
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Il Dipartimento di jazz del Conservatorio “Frescobaldi” compie dieci anni. Rispetto a quello che offrono i dintorni, senza nulla togliere a Bologna ed a Rovigo, la tradizione jazzistica di Ferrara è riconosciuta in tutto il mondo. «La città ha puntato molto su questo genere musicale – esordisce il responsabile Roberto Manuzzi –. Il Dipartimento è sorto con Giorgio Fabbri, che proveniva dall’esperienza di Adria. È stato una ventata di ossigeno per rinnovarci».
Cominciato come un esperimento, i corsi non avvertono stanchezza o difficoltà nel riempire le classi. I ragazzi sono motivati e se ne iscrivono circa un centinaio l’anno; d’altronde, con docenti del livello di Ares Tavolazzi, Ellade Bandini e Antonio Cavicchi, pioniere della chitarra jazz, non c’è da meravigliarsi. E ancora Roberto Spadoni, Teo Ciavarella, Maurizio Giammarco e Achille Succi, grandi professionisti che sono passati per queste aule. «Abbiamo addirittura il corso di flauto jazz – aggiunge il sassofonista –, un unicum in Italia. Esiste soltanto qui, in quanto sperimentazione del biennio. Ci sarebbero anche altri strumenti con una tradizione importante da praticare, che mancano alle cattedre del Ministero, come la fisarmonica. Basti pensare alla fisarmonica di Galliano».
Chi esce dopo cinque anni di studio dal portone su Largo Antonioni è davvero preparato. Non si contano gli allievi diventati musicisti di riferimento internazionale: il pianista Claudio Vignali, i contrabbassisti Luca Dal Pozzo e Stefano Dalla Porta. Una generazione ha fatto scuola a quella successiva lasciando il segno. «Il rapporto con il Torrione si è dimostrato un’enorme opportunità – afferma Manuzzi –. Annualmente proponiamo concerti di allievi e insegnanti che hanno un aspetto didattico e vengono inseriti nella programmazione del Jazz Club. Per noi valgono soprattutto le esibizioni dal vivo: la maggior parte dei nostri esami sono pubblici, concerti a tutti gli effetti».
A questo proposito, il 9 e 10 giugno il Dipartimento organizza gli “Open days in Jazz” nella corte di Palazzo Roverella. Due giornate intense, in cui gli studenti saranno valutati dal punto di vista esecutivo, per improvvisazione e arrangiamento. «L’importante è la qualità dei progetti che sono stati realizzati – conclude Manuzzi –, come Filippo Rabicchi, che adesso dirige una big band a Birmingham, o il gruppo Trinacria Express, quattro ragazzi siciliani che si sono conosciuti qui, dentro le nostra mura. Ferrara è una culla del jazz dai tempi della Roaring Twenties. Il problema è che i musicisti l’hanno sempre lasciata. Situazioni come queste, che coinvolgono a fondo il territorio, dovrebbero rendere l’atmosfera più stanziale. Un mio sogno è avere una big band stabile, intanto ci concentriamo sulla costruzione di artisti di spessore». (mat.bia.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Cominciato come un esperimento, i corsi non avvertono stanchezza o difficoltà nel riempire le classi. I ragazzi sono motivati e se ne iscrivono circa un centinaio l’anno; d’altronde, con docenti del livello di Ares Tavolazzi, Ellade Bandini e Antonio Cavicchi, pioniere della chitarra jazz, non c’è da meravigliarsi. E ancora Roberto Spadoni, Teo Ciavarella, Maurizio Giammarco e Achille Succi, grandi professionisti che sono passati per queste aule. «Abbiamo addirittura il corso di flauto jazz – aggiunge il sassofonista –, un unicum in Italia. Esiste soltanto qui, in quanto sperimentazione del biennio. Ci sarebbero anche altri strumenti con una tradizione importante da praticare, che mancano alle cattedre del Ministero, come la fisarmonica. Basti pensare alla fisarmonica di Galliano».
Chi esce dopo cinque anni di studio dal portone su Largo Antonioni è davvero preparato. Non si contano gli allievi diventati musicisti di riferimento internazionale: il pianista Claudio Vignali, i contrabbassisti Luca Dal Pozzo e Stefano Dalla Porta. Una generazione ha fatto scuola a quella successiva lasciando il segno. «Il rapporto con il Torrione si è dimostrato un’enorme opportunità – afferma Manuzzi –. Annualmente proponiamo concerti di allievi e insegnanti che hanno un aspetto didattico e vengono inseriti nella programmazione del Jazz Club. Per noi valgono soprattutto le esibizioni dal vivo: la maggior parte dei nostri esami sono pubblici, concerti a tutti gli effetti».
A questo proposito, il 9 e 10 giugno il Dipartimento organizza gli “Open days in Jazz” nella corte di Palazzo Roverella. Due giornate intense, in cui gli studenti saranno valutati dal punto di vista esecutivo, per improvvisazione e arrangiamento. «L’importante è la qualità dei progetti che sono stati realizzati – conclude Manuzzi –, come Filippo Rabicchi, che adesso dirige una big band a Birmingham, o il gruppo Trinacria Express, quattro ragazzi siciliani che si sono conosciuti qui, dentro le nostra mura. Ferrara è una culla del jazz dai tempi della Roaring Twenties. Il problema è che i musicisti l’hanno sempre lasciata. Situazioni come queste, che coinvolgono a fondo il territorio, dovrebbero rendere l’atmosfera più stanziale. Un mio sogno è avere una big band stabile, intanto ci concentriamo sulla costruzione di artisti di spessore». (mat.bia.)
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