La Nuova Ferrara

«Contrastare le opere inutili un lavoro duro ma doveroso» 

«Contrastare le opere inutili un lavoro duro ma doveroso» 

Wu Ming 1 a Ferrara presenta “Un viaggio che non promettiamo breve” L’autore: è un libro schierato, che dice fin da subito da che parte sta

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Il nuovo romanzo firmato da Wu Ming 1 si assume un impegno di fronte a tutti i lettori: Un viaggio che non promettiamo breve (ed. Einaudi) afferma quanto ogni presa di coscienza necessiti di tempo e di molteplici punti di vista. Domani, alle 17.30, l’autore lo presenterà alla libreria Ibs+Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste), insieme a Girolamo De Michele e Giuseppe Scandurra. Il libro diventa un mezzo per salvare dall’opinione pubblica i principi di chi ha manifestato contro la Tav, pagata a caro prezzo anche da Erri De Luca. Forse il solo modo per smacchiare l’unione convinta di migliaia di persone da qualsiasi diceria, o secondo fine, è riscriverla come fosse un poema epico, una chanson des gestes.
I comitati No Tav si sono opposti a una decisione calata dall’alto. Che fine ha fatto la democrazia?
«Nominata da ogni parte, praticata in pochi posti. Tanto più si abusa del termine democrazia, quanto più si rafforza un sistema oligarchico, fatto di procedure automatiche che è pura eresia mettere in discussione. Nessun problema illumina la situazione meglio di questo: lo scempio dei territori, l’imposizione di grandi opere inutili. Decidere di deturpare un territorio richiede pochissimo tempo, uno schiocco di dita; bloccare quella deturpazione richiede anni di duro lavoro. Ma è in questo duro lavoro il contenuto concreto della parola democrazia».
Quando si strumentalizza l’ignoranza dei cittadini, muore il concetto di bene comune.
«Si uccide il bene comune fomentando la guerra tra poveri, l’idea sbagliata che il nemico non sia chi sta sopra di te, ma chi sta sotto. Si dirige la collera verso falsi obiettivi. Uno su tutti, i migranti. Alcune forze politiche hanno fatto cavalli di battaglia di argomenti-bufala come “diamo 35 euro al giorno ai profughi” o “con le tasse paghiamo le Ong che ci portano qui gli africani”, e così hanno distolto l’attenzione dai veri sperperi di soldi, come le grandi opere dannose, con miliardi e miliardi di euro gettati in voragini di debito pubblico».
Fino a che punto si è immerso nella protesta?
«Fino in fondo, rischiando anche le denunce. “Osservazione partecipante”, come prescrive la migliore antropologia, e anche empatica, ma sempre ancorata ai fatti, ai dati, alle fonti, alla verificabilità di ogni affermazione. Un viaggio che non promettiamo breve è un libro schierato, dice subito da che parte sta, ma fonda questo schierarsi sull’analisi e la precisione».
Paradossalmente un nemico tanto forte, ma comune, ha rafforzato l’identità in loco, il senso di comunità. Ma di più, ha favorito la riscoperta di un territorio, sia in termini di bellezza sia di valori.
«Sì, grazie alla lotta la Val di Susa è rifiorita, c’è una più alta qualità della vita, la lotta ha creato nuove relazioni, amicizie, amori, ha alzato il livello culturale... Ci sono paesi di poche centinaia di abitanti dove vai al bar e senti discorsi di una consapevolezza e competenza rare... Se penso a certi bar dei paesini del Basso Ferrarese (da cui provengo) o certi bar di Bologna (dove vivo) pieni di zombi che giocano alle slot per ore scialacquando stipendi e pensioni, il paragone è davvero impietoso. Ma perché non ci sono più luoghi come la Val di Susa? Il libro cerca di rispondere anche a questa domanda, anzi, sono proprio partito da lì».
Che diritto ha la cronaca di diventare letteratura?
«Ne ha ogni diritto. Succede da che mondo è mondo. L’Anabasi di Senofonte è un reportage ante litteram. La Storia della colonna infame di Manzoni è un caso di cronaca. Sono sicuro che un giorno qualcuno scriverà grande letteratura ripescando e ricostruendo l’isteria di massa intorno a “Igor il russo”, con tutto il fiorire di dicerie e leggende metropolitane».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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